King Khan & The Gris Gris

Murder Burgers

2014 (self-released) | garage-blues

Arish Ahmad Khan è un forzato. Non uno qualunque però, visto che la sua eterodossia lo ha reso schiavo di ben altre abitudini rispetto a quelle che per noi triti reietti sono pane quotidiano. Quel suo aver raggiunto l’apice della notorietà sculettando a chiappe nude sulla Croisette di Cannes in faccia a una compiaciuta Lindsay Lohan potrà anche apparire l’aneddoto meno appropriato nella recensione di un suo disco, ma proprio non ci viene in mente nulla che riesca a raccontare il personaggio in maniera altrettanto folgorante. Il mattacchione di Montreal è vittima da sempre della feroce dittatura della spensieratezza, una tigre che può facilmente ritorcersi contro chiunque tenti di cavalcarla senza avere dalla sua una buona dose di talento e follia. Non è comunque questo il caso: Khan è un pazzo, un indefesso epicureo, nonché il classico geniaccio che non fa calcoli e ama mantenersi in perenne apnea vacanziera, sprecando occasioni su occasioni, magari, ma divertendosi come pochi e potendo dire fino in fondo di non aver mai tradito il fanciullo crapulone che gli alberga dentro.

Dopo essersi scoperto mecenate e produttore per l’eccentrica promessa avant-pop Mary Ocher, e dopo aver riproposto in grande stile l’intesa con la “Psychedelic-soul Big Band” dei Sensational Shrines, il 2013 lo ha anche visto stringere nuove alleanze in territorio americano, seppur più a sud del natio Canada. A dirla tutta quello con i Gris Gris, band di Oakland capitanata da Greg Ashley, avrebbe potuto restare un sodalizio estemporaneo tra i tanti, affogato nella godibile compilation di turno (“Garage Swim” della Adult Swim, in questo caso). L’intesa tra le parti deve essere andata però ben al di là delle previsioni, così attorno a quella “Discrete Disguise” i Nostri hanno deciso di costruire un album intero che ha visto la luce quando il 2014 era ormai agli sgoccioli. Bene, c’è un dettaglio in questo “Murder Burgers” che salta subito all’orecchio: raffrontata a tutte le backing band con cui ha impazzato in precedenza, la compagine californiana è la prima che riesca nell’impresa di contenere l’euforia di Arish, spostando per giunta la barra stilistica verso il pop psichedelico di fine anni Sessanta.

Il singolo da cui tutto è scaturito appare emblematico nella sua implicita programmaticità, un boogie scarnificato dalle tonalità calde, crepuscolari. Stordito dolcemente dallo stesso sole che incendiava le canzoni dei primi Coral, questo Khan disciplinato e morriconiano piace, bisogna dire; sarà anche meno pungente o abrasivo, ma i ritmi blandi e i delicati arpeggi della sua Airline decisamente gli donano. La polverosa ballad dylaniana che segue a stretto giro di posta, protagonista il pianoforte suonato da Chris Stroffolino, vale come ennesima dimostrazione che, oltreché sensazionale primitivista, il canadese sa anche essere un intrattenitore raffinato e un autorevolissimo cultore del passato, in odor di filologia.

L’impressione, insomma, è quella di un diversivo rilassato ma molto ben concepito, perfetto per tirare un po’ il fiato dagli impegni più gravosi e curare maggiormente la forma in un’ulteriore comfort zone, un po’ come capita allo spirito affine Ian Svenonius da quando si diletta con le monelle della cricca Chain & The Gang. Diversi dei brani qui proposti non sono nuovi: dal suo vasto repertorio Khan rispolvera un singolo del 2008 (“It’s A Lie”) e un titolo dall’unico album sin qui intestato ai Black Jaspers (“Born In ‘77”), oltre a quella “Born To Die” che era tra i pezzi forti del recente “Idle No More”: una reprise, quest’ultima, fantastica per come si mostri depurata – oligominerale, verrebbe da dire – a conferma che una buona canzone funziona anche senza troppo cerone addosso. L’accompagnamento “neutro” del gruppo della Bay Area è determinante nel lasciare al primattore la libertà di condurre il brano dove preferisca.

A proposito dei Gris Gris, al centro della scena solo nel recupero di un episodio dal relativo esordio eponimo (“Winter Weather”, sunshine-pop a tinte spente con una pulizia che ricorda i Vetiver), va rimarcata la qualità del loro supporto, una versione squisitamente edulcorata di quanto fatto dal ricco ensemble tedesco che accompagna il Re con maggior frequenza (il sax che fa capolino riporta dritti in zona Shrines). Evocazioni dagli eccelsi lavori partoriti assieme a Mark Sultan non mancano (“Run Doggy Run”, “Desert Mile”), ma restano vincolate al nuovo standard midtempo: i bonari esorcismi a firma King Khan ricordano da vicino proprio le analoghe esplorazioni del più noto tra i suoi sodali, da sempre più incline, tuttavia, all’enfasi rumorista e a un lo-fi di pura sostanza. Uniche occasioni per una sgasata sono la ruvida “Born in ‘77” e l’exploit garage-punk à-la Dirtbombs di “Your Teeth Are Shite”, mentre la palma per il passaggio più squinternato spetta di diritto al fascinoso e disarmonico pastrocchio “Too Hard And Too Fast”, indeciso fino alla fine tra camerismo, psichedelia roots fine anni Sessanta e implicazioni sudiste degne di un Chris Robinson.

Trattandosi di una semplice cartolina colorata spedita in una fase di prolungata villeggiatura, può andare più che bene così. Gli inconsolabili che attendono con impazienza il ritorno all’ardore dionisiaco che Arish sembra sfogare a tutta solo in coppia con l’amico BBQ, si rasserenino: il nuovo “Bad News Boys”, quarto capitolo del loro progetto condiviso, è atteso nei negozi per l’inizio della primavera.

(14/01/2015)

  • Tracklist
  1. Discrete Disguise
  2. It’s Just Begun
  3. Run Doggy Run
  4. It’s A Lie
  5. Born in 77
  6. Desert Mile
  7. Too Hard And Too Fast
  8. Your Teeth Are Shite
  9. Born To Die
  10. Winter Weather
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