King Tuff

Black Moon Spell

2014 (Sub Pop) | garage-pop

Every song on “Black Moon Spell” was written without giving a shining fuck about nothing

 

La noncuranza sbandierata nella nota stampa non può farci fessi, non si tratta certo di una novità. E non può illuderci a proposito di quanto sia stato ingrato il compito di quest’ultimo lavoro a firma Kyle Thomas, nel raccogliere l’eredità di un gioiello come l’eponimo di due anni fa. Quello era un disco di resurrezione, dopo il vuoto di cinque anni seguito alla morte fittizia celebrata nell’ottimo “King Tuff Was Dead”, in edizione ancora più che limitata per gli allora pochi depositari del suo culto. La fenice si era presentata tra gli svolazzi quale messaggera di una tenera apocalisse, sotto le spoglie di una bestia trionfante: cranio cornuto per ingraziarsi il dio dei riff, ali di un pipistrello evidentemente scampato al morso dell’Ozzy di turno, bacchetta magica in una zampa e la fidata Jazijoo nell’altra. Adottare un moniker dalle comic strip negli incarti delle gomme da masticare e regalare un nome di battesimo alla propria Gibson preferita saranno anche stati semplici dettagli, ma raccontavano già molto del personaggio. L’abito eletto con strategica sciatteria non poteva che fare il resto. Pesanti camicie di flanella a quadrettoni d’ordinanza, lunghi e luridi capelli indirizzati sulle spalle da baseball caps rigorosamente non indossabili: tutto già visto e in versioni migliori, non in un ritardo tanto clamoroso, addosso a quel J Mascis – vecchia canaglia – che condivise con Kyle (da dietro i rullanti) il pungente e grossolano carnevale stoner intitolato Witch.

Silenziati il folk acido dei Feathers e le sfarfallanti pulsioni psych del progetto Happy Birthday, prima uscita dell’apostolo fricchettone per l’etichetta che fu di Kurt Cobain e della vampa grunge, “King Tuff” sceglieva di concedere ampio sfogo al candore pop deviato ma contagioso che Thomas teneva dentro da chissà quanto, tra bagliori sovraesposti di chitarre e quella vocetta dolciastra e sgraziata da ragazzino. Il folgorante atto d’amore di un nostalgico reietto contemporaneo per l’età dell’innocenza del rock’n’roll, per il romanticismo a lustrini dei T. Rex e per i tetri incanti dell’epopea surf, confezionato con spirito ludico sempre entusiasta e fede incrollabile nel potere lenitivo di un rutilante juke-box. Messo in questi termini, si sarebbe potuto immaginare il solito stanco revival, un campionario di cliché beat e power-pop mistificati dal risaputo velario della bassa fedeltà. Invece no. L’album incarnava un’attitudine, una visceralità onesta, quella fanciullezza inerme e un po’ scoppiata che all’ascoltatore strizzava l’occhio e dava di gomito, invitandolo a buttarsi nella mischia senza star lì troppo a favellare.
A fare la differenza, le melodie auree, forgiate con l’intuito dell’alchimista che sa trasformare anche un ritornello sbrindellato e senza spina dorsale nel più consolante e irresistibile dei sing-along. E un miracoloso senso del ritmo, innato in questo autodidatta di Brattleboro, Vermont, svezzato a latte e Cramps.

Se l’opportuna ristampa di “Was Dead” si è rivelata perfetta nel movimentare l’attesa, battendo per bene sul ferro ancora incandescente di una weirdness benedetta nel suo opportunismo, resta da chiedersi a che punto stiano le azioni di Kyle ora che “Black Moon Spell” è finalmente nelle nostre orecchie. La prima impressione, in barba a quei proclami che incensano la negligenza naïf come una stella polare, è che l’ingenuità sia stata messa in cima alla lista delle voci – diciamo così – sacrificabili. E’ vero, il fidato “Magic Jake” Culowski è regolarmente al suo posto e dietro la console siede ancora Bobby Harlow, però, pur con tutta la buona volontà, non ci si può limitare nel gioco delle differenze con “King Tuff” a parlare del solo cambio di batterista. Sarà il passo più pesante, sarà un metabolismo inaspettatamente macchinoso, di sicuro stavolta non è proprio amore a prima vista.
Nel pezzo che apre le danze e presta il titolo alla raccolta suona un certo Ty Segall e l’ospitata non può andare in archivio tra le sfumature secondarie, visto che l’avvicinamento stilistico tra i due pare innegabile. In quello che è solo il primo omaggio (di grana grossa) alla mitologia hard-rock, non si lesina sugli avvitamenti elettrici, e lo stesso discorso vale altrove per gli spifferi nervosi alla maniera dei Fuzz, nel loro inseguimento autistico ai fantasmi sabbathiani e a certa spurgante psichedelia seventies.

Parrebbe pronto a dispensare le consuete buone dosi di saccarina, questo prodigio autoconfinatosi nel polveroso retrobottega della tradizione canzonettara americana, non fosse che tutt’attorno l’arsenale scenico si è irrobustito ben più del necessario, a fronte di un effetto sorpresa ormai ridotto al lumicino. Pur con meno lievità e con una vena psychobilly pressoché prosciugata, il registro rimane peraltro improntato a un garage-pop di quelli assassini, a bassissime implicazioni di natura simbolica ma elevato tasso di gratificazioni spicciole. Le lusinghe glam si allungano ancora sull’ascoltatore che voglia afferrarle, come una tagliola pronta a serrarsi per non lasciare scampo. Sgroppate e refrain si confermano micidiali, macchine di sollecitazione puramente epidermica ma con in serbo più di una gustosa sorpresa (“Magic Mirror”, il filotto da “Rainbow’s Run” a “Beautiful Thing”) al punto che sottrarsi al festoso ascendente di questi nuovi, stupidi trasferelli musicali, sembra pretesa assai vana.
Meglio ancora quegli episodi che reggono dignitosamente il confronto con il predecessore: “Demon From Hell”, che abbraccia il bubblegum ed è quanto mai liberatoria, o la fantastica “Eyes Of The Muse”, una parentesi sunshine-pop come avrebbe potuto disegnarla Gaz Coombes, infantile e avvincente nella sua semplicità.

Dal padrino Mascis, Kyle mostra una volta di più d’aver imparato assai bene la lezione, tra assoli tutta ciccia e liriche al grado zero, ferme al solito immaginario per non gravare più di tanto sulla fruizione. Le banalità sono sempre scoperte, persino ostentate, e come in ogni progetto kitsch che si rispetti, riescono a imporsi come un valore aggiunto. Il resto – dalla filastrocca “I Love You Ugly” (che ricorda il John Dwyer di “Castlemania”) al bozzetto acustico in bassa fedeltà di “Staircase Of Diamonds”, sulla falsariga di quelli offerti da White Fence –  sa inevitabilmente di ordinaria amministrazione, almeno per chi sia andato in visibilio con le precedenti opere di Thomas. Rispetto a esse, in “Black Moon Spell” vale ad ampio spettro la regola del meno: è un disco meno vitale, meno folle, grottesco, brado, stordente e fuori moda. Ma non può essere colpa sua se alla fine, di quel tanto più smaliziati, siamo proprio noi aficionados a organizzare una miglior resistenza agli assalti di questo monello.
Che resta l’idiot savant della nuova scena garage, anche se con riserva.

(30/09/2014)

  • Tracklist
  1. Black Moon Spell
  2. Sick Mind
  3. Rainbow’s Run
  4. Headbanger
  5. Beautiful Thing
  6. I Love You Ugly
  7. Magic Mirror
  8. Madness
  9. Demon From Hell
  10. Black Holes In Stereo
  11. Radiation
  12. Eyes Of The Muse
  13. Staircase Of Diamonds
  14. Eddie’s Song




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