LCC

d/evolution

2014 (Editions Mego) | synth-ambient, dub-techno

Un enorme buco nero all'interno del quale gravitano a turno miriadi di oggetti, sostanzialmente impossibili da identificare e nel migliore dei casi maledettamente simili a certe ferraglie che compongono le astronavi, che senza un briciolo di competenze ingegneristiche altro non sembrano se non pezzi di metallo a caso. Space-music, sì, distorsioni e sfrigolii a volontà, ma con un'anima pulsante che tira avanti costantemente, inadatta pure al più cervellotico dei dancefloor ma viva, per davvero. Automatismi in quantità, quasi come se la macchina si muovesse in piedi da sola grazie a un perfetto equilibrio meccanico: eppure zero ricorso all'inerzia nonostante l'assenza di spinte esterne. Ci avete capito qualcosa? In caso di risposta negativa il problema è bello grosso, perché è tutto quel che chi scrive ha capito di “d/evolution”.

Il primo motivo per cui intuire di più è impresa ardua è che i due LCC vengono dalle Asturie e hanno base produttiva a Gijon: nonostante una radicata e mai troppo citata tradizione musicale, non propriamente una terra promessa per l'elettronica. E da lì, stando alle loro stesse dichiarazioni, non si sono mai mossi. Hanno un passato di singoli in solo formato digitale a nome La CasiCasiotone (oggi si presentano con la forma contratta dello stesso moniker), e il loro album di debutto è costruito su un particolare quanto non troppo originale concept. Ed ecco svelata la seconda grande difficoltà: il gioco sul paradosso tra sviluppo (developement) ed evoluzione naturale (evolution), per il quale il primo tende ad annullare e distruggere progressivamente la seconda, sul quale si articolano le otto meteore che compongono l'album.

Qualcosa che basterebbe già a stravolgere le immagini suggerite dall'ascolto puro, con le roboanti distorsioni pronte a trasformarsi da frammenti metallici a escrescenze urbane. Insomma, quel che è possibile e facile dire è che se prendessimo Jon Hopkins, gli Emeralds e i Fuck Buttons e li frullassimo insieme, potremmo ottenere una miscela che si avvicini un minimo al bellissimo suono di “d/evolution”. Se nel quantitativo facessimo prevalere il producer britannico, otterremmo qualcosa di simile all'elegante cappotto minimal di “Quarz”; se prediligessimo l'ex-terzetto di punta del nuovo corso cosmico, arriveremmo molto vicini al morbido e lussureggiante tappeto di “Adámas”; quanto agli ultimi, la loro è solo un'ombra, ma aleggia tangibile sia dietro il grigiore metropolitano di “Kýpros” che fra le lame della tagliente “Graphein”.

Benché la natura synth-ambient del sentiero intrapreso sia evidente, quella dei LCC è fra le più originali interpretazioni dello stesso, inferiore forse solo alla recente e illuminante metamorfosi di Greg Haines, comunque richiamata nell'introduzione stargaze di “Chróma”. Ma a differenza di quest'ultimo, rimasto affascinato in particolare da suoni tipicamente british, la musica dei due iberici ha un altro importante centro di gravità nella Berlino di casa raster-noton e seguaci. Legame solo suggerito dal mantra vibrante di “Calx” e dal vuoto oscuro della conclusiva “Silax”, ma suggellato senza mezzi termini dal notturno di “Titan”, che al miglior Senking deve molto e al peggiore (il più recente) dà un'autentica lezione.
Il posto fra i grandi dell'elettronica contemporanea è già prenotato.

(16/08/2014)

  • Tracklist
  1. Chróma
  2. Quarz
  3. Kýpros
  4. Calx
  5. Graphein
  6. Adámas
  7. Titan
  8. Silex




LCC su OndaRock
Recensioni

LCC

d/evolution remixed

(2015 - Editions Mego)
Cinque nuove prospettive da cui guardare l'acclamato debutto in grande delle due spagnole

LCC on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.