Lykke Li

I Never Learn

2014 (Warner / Atlantic / LL) | songwriter

Ci scruta dalla copertina del suo terzo album Lykke Li, un bianco e nero freddo e distaccato come l'inverno della natia Svezia, il velo, le braccia conserte e l'espressività enigmatica che fanno quasi pensare a una trasposizione in chiave dark di qualche angelica Madonna proto-rinascimentale. Difficile immaginare a quello che pensa, a come ci osserva, eppure lo scarto rispetto alle presentazioni scelte per i precedenti dischi è tangibile: possiamo discutere quanto vogliamo sull'effettivo status iconico dello scatto (a parere di chi scrive era da tempo che un ritratto d'artista non riusciva a essere così suggestivo in tutta la sua semplicità), ma è per la prima volta che la cantautrice svedese abbandona stilizzazioni e composizioni più ardite per offrire soltanto se stessa, scevra da ogni altra interferenza.
Tutto ciò cos'ha a che vedere con il contenuto di “I Never Learn”? Tanto, ben più di quanto si possa pensare di primo acchito: sempre avvezza a riversare parte del suo vissuto e delle sue esperienze in musica, ma con uno sguardo che contemporaneamente sapeva lanciare occhiate più ampie sul mondo circostante e sulle relazioni umane, alla volta di questo nuovo album il campo d'azione si restringe drasticamente, i primi piani diventano preponderanti, ben poche si fanno le concessioni a confronti e dialoghi, a panoramiche più ampie. Nelle nove canzoni del disco, ad emergere non è altro che Lykke Li, le paure, le insicurezze, le contraddizioni che la animano, dacché una dolorosa separazione l'ha costretta a riconsiderare il suo rapporto con la solitudine e l'affettività: un racconto in musica che già dalle premesse si pone in maniera tutt'altro che agevole.

E c'era d'aspettarselo quindi, che in una messa a fuoco così ristretta le esuberanze pop che avevano caratterizzato i primi due dischi (ma già nel secondo decisamente riassorbite, per quanto lo scialbo ma fortunatissimo remix di “I Follow Rivers” potesse testimoniare il contrario) finissero con lo stonare, col non trovare contesto, nell'ambito di confessioni amarissime e strazianti forti di una crudezza che meritava di essere presentata col minor numero di filtri possibile. Tutt'altro che la patina glamorous di un “21” insomma, che trattava una materia analoga ma con una maggiore sofisticatezza nelle linee. Una produzione ruvida e polverosa, a suggerire quasi un'allure da classico perduto degli anni 70 (oltre al fido Björn Yttling, anche Greg Kurstin dei Bird And The Bee, al lavoro anche su “Sheezus” di Lily Allen), arrangiamenti secchi, prevalentemente in acustico, una sezione ritmica del tutto asciugata, spesso addirittura assente: la Li punta direttamente all'essenza della propria arte, scoprendo una maturità folk mai realmente esplorata e facendo sfoggio di un songwriting che ha finalmente raggiunto la piena consapevolezza.
Già, il songwriting: diretto e curato di tutto punto, trafigge mente e cuore con precisione chirurgica, coniuga la marcata concisione di tracklist e durata (soli nove brani per poco più di trentatré minuti totali) con una spiccata varietà timbrica, capace di focalizzare l'attenzione sulla voce di Lykke, mai così sicura e controllata nelle sue interpretazioni. La partenza manifesta già l'avvenuto cambiamento: basta semplicemente uno sferzante strumming di chitarra acustica per dare il la alla cantautrice, che ogni vena di ottimismo viene immediatamente spazzata via. E come se non bastasse, il riuscitissimo tappeto di tastiere ad accentuare la sensazione di un dramma già consumatosi: è una donna affranta quella che parla, impotente di fronte al mondo, ma non per questo grottesca o patetica, semplicemente incapace di dare una svolta alla sua vita, di sorpassare le barriere paratesi davanti.

Con tutto però che la vena poetica si fa così sofferta e intimista, le più fertili intuizioni melodiche che avevano caratterizzato “Wounded Rhymes” non vengono minimamente sacrificate, semmai vengono riadattate, elaborate in una forma che non si azzarda poi tanto nel definire “classica”. Con un repertorio che coordina alla perfezione tanto aromi di una West Coast persa nel tempo, quanto più precisi riferimenti alle brillanti girl-band di tre decenni fa (su tutte, le Bangles e le Go-Go's meno piacione, la band di una certa Belinda Carlisle), la songstress ne modula il portato piegandolo alle istanze di un canto che sa farsi carico di una coralità quanto mai attuale e di accorate venature soul, sfidando nel loro campo tutte le attuali (troppe!) divette del bel canto.
Se quindi la peculiarità del suo timbro, vulnerabile e sottilmente bambino, prende il largo nella commovente ballata per sola acustica di “Love Me Like I'm Not Made Of Stone”, di converso la svedese riesce agile a collaborare con spessi cori gospel e preservare la ricercata eleganza di una melodia quale quella di “Heart Of Steel”, tra i momenti più elevati di tutta la sua carriera.
Non che il resto sfiguri: meno ammiccanti nel complesso (per quanto possano esserlo i brani già menzionati, in decisa rotta anti-commerciale), ma analogamente decise nella brillantezza della scrittura, canzoni come “No Rest For The Wicked” (l'apertura di pianoforte, quasi a mo' di algido carillon, ben introduce all'idea di un romanticismo destinato a dissolversi), o la sconfortante supplica di “Silverline” (la più bizzarra riflessione sul dream-pop in cui vi possiate imbattere quest'anno) consentono di apprezzare un talento che, smarcatosi dalle briglie di un mondo a cui probabilmente non è mai appartenuto, è ora libero di presentarsi per quello che è.

Ed è indubbio che questo approdo a una dimensione così profondamente disillusa (poco importa che l'artista dichiari che da queste esperienze non ne ricaverà niente), a una visione ricolma di un'amarezza infinita, scontenterà tutti coloro che si sono affrettati ad etichettare in fretta e furia la Nostra come nuovo fenomeno cucito su misura per i dancefloor (tant'è che il remix a cura di A$AP Rocky per “No Rest For The Wicked” difficilmente farà il giro delle radio). Ma un'altra cosa è parimenti indubbia: Lykke Li ha davvero trovato la sua voce. Dispiace sinceramente che abbia dovuto affrontare simili traversie per conquistarla, ma il nuovo disco se ne fa carico con tutta la sua drammatica bellezza, una bellezza che si confida riuscirà a viaggiare lontano.

(16/05/2014)

  • Tracklist
  1. I Never Learn
  2. No Rest For The Wicked
  3. Just Like A Dream
  4. Silverline
  5. Gunshot
  6. Love Me Like I'm Not Made Of Stone
  7. Never Gonna Love Again
  8. Heart Of Steel
  9. Sleeping Alone


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