Mac DeMarco

Salad Days

2014 (Captured Tracks) | jizz-jazz

Per voi, che non conoscete lo spazio tra i denti del canadese di Edmonton, colui che all'età di otto, dieci anni migrò a Vancouver, base nella quale ascoltare tanti artisti, troppi vinili, dove comprare una chitarra che brutta così nemmeno Johnathan Richman, idolo del Nostro biondo classe 1990.
Per voi, che non poteste seguire la ribalta pitchforkiana con il primo e precedente lungo disco "2", al seguito di "Rock and Roll Night Club", l'Ep che lo fece conoscere alla Captured Tracks dopo l'esperienza di rodaggio come Makeout Videotape. Ebbene per voi, che ancora non avete ascoltato Mac Demarco, ecco "Salad Days", forse una delle produzioni indie più attese del 2014, una delle più calde per gli addetti ai lavori.

È difficile raccontare una storia quando si ha amato alla follia, consumato fino a odiare lo stesso seme dell'amore: "2" è stato un disco altissimo, che ha raccolto l'interesse poco a poco e rilasciato tutto l'entusiasmo sulla lunga distanza. "Salad Days" si comporta alla stessa maniera: difficile il colpo di fulmine con Mac Demarco, nonostante le canzoni appaiano semplici, canterine e talvolta banali.
Le costruzioni armoniche di questo polistrumentista, innamorato degli Steely Dan e dei Modern Lovers, sono tutto fuorché semplicistiche; la realtà è incollata alla musica con l'ebete umidità delle accordature del cantastorie, che in "Salad Days" si fa più romantico e meno sciocchino, nelle liriche ("Treat Her Better") e negli approcci stilistici ("Chamber Of Reflection") visto anche il suo grande, testimoniato amore per la compagna Kiera (Kiki).

Simile ma diverso, "Salad Days" segna inequivocabilmente uno stile, un modo attuale e disincantato di intendere la chitarra, i jingle-jangle che permettono di dire: "Sì, questo è Mac Demarco, lo riconosco alla prima nota". Non importa quindi se alcune tracce ("Go Easy", "Brother") appaiano come b-side del passato, perché a ben vedere questo lavoro contiene passaggi dichiarativi, immaginifici della musica jizz-jazz di Demarco: "Salad Days", la cantilenante title track, decadente e demodè; la successiva "Blue Boy", armonia da una parte e ritmo vocale dall'altra fino all'abbraccio del ritornello, con le guance tra le mani e gli occhi sulle spalle; la tropicale e docile "Let My Baby Stay", come un Elvis inebriato, come un Orbison innamorato. 

Complessivamente inferiore al precedente, "Salad Days" è però il cavallo di troia con lo stemma Demarco, l'apertura delle porte al "principe dell'indie", la stesura del tappeto rosso su cui camminare ascoltando il singolo di lancio "Passing Out Pieces", che sembra uscire dalla colonna sonora di un film di Mel Brooks, un po' come la sghemba chiusa da organetti di "Jonny's Odyssey", che alimenterà l'odio di coloro che già odiano o esalterà i cuori degli innamorati di questo piccolo, grande fenomeno indie dei nostri tempi.

(01/04/2014)



  • Tracklist
  1. Salad Days
  2. Blue Boy
  3. Brother
  4. Let Her Go
  5. Goodbye Weekend
  6. Let My Baby Stay
  7. Passing Out Pieces
  8. Treat Her Better
  9. Chamber Of Reflection
  10. Go Easy
  11. Jonny's Odyssey
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