Marketa Irglova

Muna

2014 (Anti) | songwriter, chamber-folk

Potrà risultare fastidioso, a chi ne segue le gesta sin dai tempi di quel prezioso scrigno di emozioni che fu “The Swell Season”, dover ribadire ogni volta che sì, Markéta Irglová è stata la metà dell'omonimo gruppo in coppia con Glen Hansard, che con quest'ultimo ha condiviso ben più di una semplice collaborazione artistica e che l'Oscar giunto per il brano “Falling Slowly” ha coronato un tracciato musicale unico nel suo genere. L'esigenza però di ribadire, seppure in sintesi, i dati salienti di un'esperienza partita quasi all'improvviso e arrivata a così alti riconoscimenti si rende necessaria proprio per sottolineare come adesso, specialmente ora che è approdata al secondo disco solista, il percorso scelto dalla musicista ceca sia quanto di più lontano da quell'avventura, come se questa in fondo non fosse stata che un sogno, una fiaba vissuta col massimo della pienezza, che adesso semplicemente non c'è più.
O forse la vera fiaba è cominciata proprio adesso? Senza nulla togliere a Hansard e il suo grande talento, da quando i due hanno preso strade differenti la cantautrice ha mostrato realmente di che pasta è fatta, mettendosi al servizio di un viatico espressivo del tutto divergente da quell'esperienza e aperto a una pluralità di spunti fino ad allora nemmeno sfiorata. L'intrigante ma comunque del tutto perfettibile “Anar” si premurò di mostrare il percorso, “Muna” ne rischiara infine ogni dettaglio, evidenziando scelte e attitudini con una sicurezza e un orgoglio che ben pochi possono permettersi di sfoggiare con questa scioltezza. Ma in fondo, nelle fiabe può succedere tutto e il contrario di questo stesso.

E quindi, com'è che tutto è cominciato? Cos'ha portato alla concezione e allo sviluppo di una storia apparentemente simile a tante altre, eppure se vissuta dall'interno (anche soltanto per un istante) percepibile nelle sue brillanti peculiarità, nel suo inventarsi traiettorie sempre diverse nonostante una materia tutt'altro che plastica? Galeotta fu, ancora una volta, la terra del ghiaccio e del fuoco, quell'Islanda che da John Grant, passando per Puzzle Muteson, Tim Hecker e tanti altri artisti, non smette di irretire con il fascino della sua intransigente unicità, di quei contrasti violentissimi di cui questa terra è naturalmente prodiga. Una terra nella quale la Irglová non soltanto si è trasferita, ma nella quale ha messo su famiglia e trovato una serenità che da tempo le mancava; una terra, da cui ha tratto enorme ispirazione e che è stata coinvolta nell'intimo nell'ideazione di questo lavoro, che sin dal titolo (“ricordare”) ne testimonia l'influsso.
Realizzato come il precedente attraverso un palco-musicisti ricchissimo che contempla anche un corposo elemento corale, il disco risente profondamente del portato tematico che lo caratterizza, imbastito com'è su di un sostrato malinconico/patetico a cui risponde pienamente l'inquieta dolcezza interpretativa di Markéta. Per quanto però mitigato da suggestioni nordiche, da un candore nuovo nel suo songwriting mai comunque turbolento, il disco non suona però come un prodotto di spoliazione volto ad avvicinarsi alle fogge incantate proprie di molta musica dell'isola. Un cliché del genere viene ripudiato con forza, semmai del tutto capovolto: piuttosto, le suggestioni islandesi, per quanto ben presenti, sono sfruttate come elemento di un puzzle ben più complesso e sfuggente, che dall'isola nell'Atlantico getta occhiate voraci verso la terra natia e non soltanto, architettando impalcature sonore tra le più sorprendenti ultimamente in ambito folk.

Non che manchi la scrittura, anzi: al netto di una memorabilità non proprio immediata dei vari brani, la Irglová si mostra comunque autrice capace e fantasiosa, aperta a commistioni dalla palese natura cinematica, e disposta anche a cedere al lato più melodrammatico (qualche lingua maligna direbbe svenevole) della propria penna, in un fitto viavai di spunti e riflessioni.
Con una struttura a sipario (il coro apre e chiude il disco con la stessa frase), corredato di arrangiamenti che arricchiscono di striature cameristiche e orchestrali le composizioni al pianoforte, il lavoro dosa dunque romantiche ascese emotive (il climax di archi in “The Leading Bird”; la fragile maestosità di “Mary”) accanto ad aperture popolari che guardano alla tradizione ceca (la danza gitana di “Fortune Teller”, con un ostinato pianistico e una ricerca sul timbro che a tratti pare quasi raggiungere i fasti della connazionale Iva Bittová; le traiettorie sacrali di “Remember Who You Are”), senza dimenticare pezzi più piani nel trasporto, ma comunque mai scevri di una personalità che sfida convenzioni e vincoli (“Pheonix”, la ballata “Seasons Change” con nenia infantile a chiusura).

Il rischio di un tronfio barocchismo fine a se stesso viene insomma sventato da una variabilità e da un estro che sa districarsi in costruzioni e approcci melodici diversificati, senza sacrificare una tacca della propria intensità: anche nell'affrontare lo scivolosissimo campo delle terzine valzerate (“This Right Here”), Markéta sfoggia tutto il proprio carattere, con una passione ben lontana da apparenti banalità. E pace se i puristi del folk grideranno allo scandalo, all'appianamento espressivo: la cantautrice mostra di poter camminare saldamente sulle proprie gambe, e di puntare in alto, ben più di quanto, da diciottenne appena esordiente, poteva a malapena immaginare.

(11/10/2014)

  • Tracklist
  1. Point Of Creation
  2. Time Immemorial
  3. The Leading Bird
  4. Fortune Teller
  5. Without A Map
  6. Remember Who You Are
  7. Mary
  8. Phoenix
  9. Seasons Change
  10. Gabriel
  11. This Right Here


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