Matthew Collings

Silence Is A Rhythm Too

2014 (Denovali) | experimental, modern classical

L'oscura e penetrante ascesa che dà il la a “Silence Is A Rhythm Too” è un biglietto da visita piuttosto pesante per Matthew Collings, tanto che vien difficile pensare che la scelta di escluderla da qualsiasi canale promozionale sia frutto di un caso. L'ultimo acquisto di casa Denovali è in realtà un musicista che si aggira nel panorama sperimentale da almeno una decina d'anni, la metà di questi passata a firmare una manciata di dischi da perfetto sconosciuto nascosto dietro vari alias, più due Ep marchiati Hibernate e condivisi con nientemeno che Jasper TX e Talvihorros. Proprio quest'utlimo, c'è da scommetterci, ha fatto da tramite tra il compositore scozzese e l'etichetta tedesca, che ora si ritrova a pubblicare uno dei dischi più complessi e affascinanti del suo sempre più lussuoso catalogo.

Quest'ultima operazione è (come di consueto, si potrebbe dire) affiancata alla ristampa del primo lavoro di Collings, quello “Splintered Instrument” a cui non era bastato il battesimo in produzione di Ben Frost per superare i confini di una nicchia ristrettissima. Un lavoro la cui natura amorfa è l'unico comun denominatore con questo nuovo prodotto: abbandonata completamente la strada che portava al synth-ambient più energico via l'estetica della bassa definizione, lo scozzese imbraccia la chitarra e percorre contromano il sentiero sempre meno selvaggio della cosiddetta modern classical. E lo fa infilando nel suo calderone una moltitudine di elementi, fra cui oppressione post-industriale (in forma di archi alla Teho Teardo), costruzioni di droni instabili dal cosmo, pianoforte in tonalità minori da casa infestata e ritmi tribali al limite della trancedelia.

Solo sei brani sono raccolti in quello che alla prova dell'ascolto si rivela lo stesso un autentico, oscuro monolite: sei parti fra le quali la già citata “Stills” resta la vetta insuperata, fra gli arpeggi della chitarra usata a mo' di sitar, i primi accenni di palpitazioni primordiali, i rintocchi del piano soffocati dagli stridori del violino di Paul Evans e dagli svolazzi del clarinetto di Pete Furniss, e il corredo di field recording che rende ispida la tela retrostante. Un tutto decisamente superiore alla somma delle sue parti, ciascuna delle quali esaminata singolarmente negli episodi a venire: su “Cicero” il dialogo è circoscritto a pianoforte, chitarra e violino, proprio mentre il fondale si stabilizza su un flusso di droni dimessi, mentre in “I Am Made Of Endless Hours” restano solo gli ottantotto tasti a tener testa al sinistro monologo del sampler.

Su “Toms” il primo piano è inizialmente tutto per le percussioni, che instaurano nei primi quattro minuti una dittatura incontrovertibile per poi affievolirsi di colpo trasformando il brano in una sorta di pièce da camera tascabile. Il tutto grazie anche al recupero di alcune partiture per quartetto d'archi provenienti da una vecchia composizione di Collings, “News From Nowhere”, già eseguita dalla qui presente McFall Chamber Ensemble ma mai pubblicata per intero, e “riciclata” anche per l'impianto dell'avvinghiante pastiche post-concreto di “Everything You Love Will End Up On The Breeze”. I dieci minuti abbondanti della title track mettono la parola fine, tra quiete apparente e lancinanti lamenti di chitarra elettrica, a un'apocalisse in più fasi che arricchisce di un nuovo significato – ancora tutto da perfezionare – l'impropria definizione di modern classical.

(02/09/2014)

  • Tracklist
  1. Stills
  2. Everything You Love Will End Up On The Breeze
  3. Cicero
  4. Toms
  5. I Am Made Of Endless Hours
  6. Silence Is A Rhythm Too
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