Minus 5

Scott The Hoople In The Dungeon Of Horror

2014 (Yep Roc) | alt-rock, power-pop, americana

E’ passata pressoché inosservata la più recente uscita della flottiglia Minus 5, il box in cinque vinili colorati a tiratura più che limitata (750 copie) che la Yep Roc ha licenziato in occasione dello scorso Record Store Day, ed è un vero peccato. In barba alle opzioni raccogliticce che in genere quest’iniziativa porta con sé, dentro “Scott The Hoople In The Dungeon Of Horror” c’è infatti tutta la straripante passione di Scott McCaughey, eroe di seconda fascia che tra Young Fresh Fellows, Minus 5 e Baseball Project – senza dimenticare il prolungato vassallaggio speso al servizio di Rem, Robyn Hitchcock e Steve Wynn – non ha mai trovato il tempo per annoiarsi. Ne è la riprova questa raccolta di inediti, un whopper di 57 canzoni per oltre tre ore e mezza di ottima musica, suicidio promozionale (Scott non vuole saperne di pubblicarlo in cd) ma anche delizia per completisti e maniaci del vinile, registrato con i fidati Peter Buck, John Ramberg e Bill Rieflin, oltre ai “soliti sospetti” Jeff Tweedy, Laura Gibson, Jenny Conlee, John Moen, Ian McLagan e Mike Mills in qualità di super-ospiti.

Incerto sull’orientamento da attribuire al molto materiale scritto nell’ultimo biennio (psychedelic downer folk record, a pure pop record, a follow-up to the Gun Album, a noisy rock record), il veterano di Seattle ha deciso di gettare nel calderone tutte le ipotesi, senza porsi limiti e senza filtrare alcunché. Il risultato è un accumulo monumentale, enciclopedico e incoerente, di stili e influenze in prevalenza yankee, una lezione agli amici Decemberists non certo impartita ex cathedra e praticamente priva, a sorpresa, di filler o fastidiosi rimasugli. I redivivi Minus 5 si presentano ultrariverberati come dei Wilco riletti dagli Elf Power (“My Generation”), rumorosi ma fedeli all’impronta roots che ha regalato loro pur blande fortune in circa vent’anni di attività. Le evocazioni tweediane sono ovunque (fino al congedo favoloso di “Rocket For Girls”) e riportano alla fase pre-rivoluzione copernicana in cui i due gruppi si frequentarono con una certa assiduità (dando vita al gioiellino “Down With Wilco”), ma non va nemmeno dimenticato come la creatura di McCaughey sia stata la più significativa band satellite dei Rem negli ultimi tre lustri della loro esistenza, svelando così un ulteriore ascendente dal quale non vi è analisi anche sommaria che possa prescindere.

Dentro si rimestano college-rock radiofonico (come lo facevano Dream Syndicate, Soft Boys e Long Ryders), alt-rock rombante, blues all’acqua di rose e Americana in grandi stile, senza giri a vuoto e con il giusto dinamismo. Il clima è rilassato ma partecipato, per lo più nel solco di un ruspante retro-pop – i sixties filtrati dal setaccio Paisley Underground appena fuori tempo massimo (i Sadies in “Cold War”) – con il santino splendente di Roky Erickson nella tasca interna della giubba (“Blue Rickenbacker”, “Boyce & Hart”).
Ancora una volta Scott non inventa nulla ma la sua miscela, ancorché risaputa, è di quelle micidiali che non perdono mai d’attualità. Il primo dei cinque capitoli, “Without A Gun” (autocitazione dal proprio eponimo del 2006), si offre in particolare come un bel raccordo tra alt-country ed Elephant 6, autentico must per i patiti di questo o quel mondo: un trionfo del derivativo celebrato a colpi di jangle-pop tenuto su quasi con niente (eppure sfavillante), stranito talvolta dalla bassa fedeltà ma verace, infarcito di belle armonie e hook con tutte le carte in regola (“Give Up The Ghost”, il power-pop cromato di “All The Trouble I've Made”, che fa concorrenza ai Resonars nella loro indefessa glorificazione del verbo Fab Four).

Passatisti ma con classe e furore invidiabile, forse un tantino appannato nelle precedenti prove, i Minus 5 imbastiscono così un album piacevolmente garibaldino e sopra le righe. Si trattasse di un nome nuovo e non di questi consumati volponi, qualcuno griderebbe al miracolo. Quel che è certo è che la condizione generale pare eccellente, anche per un Buck di gran lunga più istrionico che nel triste dopolavoro tirato su con i Tired Pony. Protagonista indiscusso resta però il capobanda, gigione impareggiabile nel trattamento delle chitarre e trasformista d’assalto quando si gioca le proprie carte da cantante. Alla fine quella verve eclettica sembra dargli ragione, almeno stando al profitto con cui le sue onnivore esplorazioni sono condotte nel pozzo senza fondo di una tradizione musicale vecchia più di lui.

Tra bubblegum anabolizzato in chiave psychobilly (“The Zero Clowns”), boogie sotto acidi (“I'm Your Spiritual Advisor”), eccentricità trash-pop degne dei Ween degli anni d’oro (“En El Supermercado”), chamber-pop indigente che non spiacerebbe a un F.M.Cornog (“Black Cow No Moon”) ed effrazioni pestone (“Fetus Industry”), il terzo disco si aggiudica in agilità la palma per il più infettivo e squinternato. Non del più curioso però, visto che il successivo “Hell Bent For Heaven” sa essere ancora più sfarfallante, barocco e polveroso, mentre il precedente “Of Monkees And Men” è un inciso a tema di quelli irresistibili, dedicato al gruppo di Michael Nesmith (puntualmente e affettuosamente omaggiato in uno degli episodi più convincenti del lotto). Di qua la finta quiete degli Herman Düne (“Welcome To The Party”), prismi di cristallo e arcaismi folk rubati a Nick Saloman (“The Searchers”), ruvide reminescenze dal Neil Young di metà anni Settanta (“Make Yer Mark”) e una perla di plumbeo e zuccheroso pop baritonale che facilmente vale il qui pro quo con Stephin Merritt (“Keep On Screaming”); di là tanto spassoso beat rivisitato a guida di farfisa (“Robert Ryan Is Among Us”), passaggi languidi con appena un pizzico di enfasi dylaniana (“Song For Peter Tork”), un esplicito omaggio ai Richmond Fontaine in odore di decadentismo British (!), e una pozza di lo-fi miserabile e invertebrato, sulla falsariga dei bozzetti riarsi che hanno fatto la fortuna del Robert Pollard sedicente cantautore, ma con in più un’infezione psych stile Mercury Rev forse incurabile (“Weymer Never Dies”).

E’ invece tutto per amatori “War Is Over”, quinto e ultimo Lp di questa sterminata collezione, il cui indirizzo di massima si attesta sullo standard di un garage-revival morbido e romantico, non lontano da quello quality superior già proposto quest’anno dai Reigning Sound (“Remain In Lifeboat”, “Adios Half Soldier”). Nel tributo ai vari Beach Boys, Troggs, Animals, Hollies, Van Dyke Parks e via andando, si avverte anche un’invidiabile pertinenza da filologi, peraltro poco inclini a prendersi mai davvero sul serio. All’appello non mancano John Lennon, Daniel Johnston, i Big Star, i Jayhawks (la già citata "Michael Nesmith" è puro Mark Olson), oltre agli inevitabili scampoli byrdsiani, una mole di spunti sufficiente a fare di “Scott The Hoople In The Dungeon Of Horror” un compendio sensazionale. Ridondante e dispersivo quanto si vuole, ma buttato giù col cuore.
Se un giorno McCaughey ci farà la grazia di renderlo accessibile anche a platee un minimo più nutrite del suo zoccolo duro di aficionados (ma ugualmente pazienti, requisito indispensabile) potete star certi che non saremo i soli a tesserne le lodi.

(11/11/2014)

  • Tracklist
Lp 1 - Without A Gun

  1. My Generation
  2. All The Trouble I've Made
  3. The Exhausted Cheerleader
  4. Cold War
  5. Give Up The Ghost
  6. One Less
  7. Suddenly
  8. In The Ground
  9. The History You Hate
  10. Let's Hold Ourselves
  11. Coming Home In One Piece
  12. The Unforeseen

Lp 2 - Of Monkees And Men

  1. Michael Nesmith
  2. Davy Gets The Girl
  3. Song For Peter Tork
  4. Micky's A Cool Drummer
  5. Boyce & Hart
  6. Blue Rickenbacker
  7. Robert Ryan Is Among Us
  8. Richmond Fontaine
  9. Weymer Never Dies

Lp 3 - An Accumulation of Soot

  1. It's Magenta, Man!
  2. Chinese Saucer Magnolia
  3. Last Hurrah
  4. Crater Of Diamonds
  5. The Zero Clowns
  6. Fetus Industry
  7. En El Supermercado
  8. Black Cow No Moon
  9. I'm Your Spiritual Advisor

Lp 4 - Hell Bent For Heaven

  1. Kill The Dead
  2. Keep On Screaming
  3. Make Yer Mark
  4. Upon A Cake
  5. Dead Irish Writers
  6. Perfect Plan
  7. The Searchers
  8. I'm Dead To Me
  9. All Over You
  10. Let's Get Alone
  11. Conflagration
  12. Land Of A Thousand Places Pt. 2
  13. Yours Anyway
  14. Welcome To The Party

Lp 5 - War Is Over

  1. It's Beautiful Here
  2. Nature's Call
  3. Adios Half Soldier
  4. Remain In Lifeboat
  5. Sleeping Sun
  6. Get From Love
  7. Sweet
  8. Castle In My Head
  9. Sorry Town
  10. Hold Down The Fort
  11. Sign Of The Swan
  12. You Don't Need To Worry Anymore
  13. Rocket For Girls
Minus 5 su OndaRock
Recensioni

MINUS 5

Minus 5

(2006 - Yep Roc Records)



Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.