Mirabilis

»Here And The Hereafter«

2014 (Projekt) | neo-folk, dream-gothic

Mancherebbe solo un'ipotetica reunion dei This Ascension per consacrare il 2014 come l'anno del ritorno in pompa magna di Dru Allen. Prima l'avvio di un nuovo sodalizio con il tastierista ex-Translucia Erik R. Scheid, e l'uscita del primo parto a nome Mercury's Antennae, e ora l'inatteso e insperato comeback di Mirabilis, ovvero la sua seconda identità creativa frutto dell'unione con Summer Bowman dei Machine In The Garden. Un'esperienza che dieci anni esatti fa sembrava destinata a riservarsi un posto fra i big del gothic statunitense, promessa che l'ingaggio da parte del deus ex machina Sam Rosenthal e il bel “Sub Rosa” avevano contribuito a rafforzare ulteriormente.

E invece l'ascesa si era interrotta bruscamente nel silenzio, Dru era scomparsa dalle scene e del destino dei Mirabilis non si era saputo più nulla. Fino a quando, meno di un mesetto fa, Projekt aveva annunciato l'imminente arrivo di questo “»Here And The Here After«”, disco che sorprende ulteriormente per la decisa rottura con i precedenti dell'esperienza Mirabilis. Se nel passato del progetto l'ugola di Dru aveva infatti cavalcato possenti architravi gotico-neoclassiche, qui le due si reinventano discepole meno esoteriche dei primissimi Unto Ashes, rivedendo l'impianto generale in chiave puramente neo-folk e ri-arredando le proprie stanze con percussioni e pennellate sintetiche.

Sedici brani, decisamente troppi, compongono la tracklist, equamente divisi fra calchi in stile di tradizionali folk e ottime canzoni nel senso più moderno e stretto del termine. Dru e Summer si confermano in ogni caso maestre nel praticare incantesimi in forma musicale: ne sono esempi calzanti la splendida elettro-ballad “The City”, la sognante apertura di “Hara, il mantra hindi di “Lokah Samastah Sukhino Bhavantu” e la passeggiata a tempi misti fra i banchi di nebbia di “Sanctuary Of Mind”. Episodi che, non a caso, fanno parte della seconda delle due categorie di cui sopra.

Un potenziale minato però da una zavorra che aumenta a dismisura il peso complessivo della tracklist, e che si manifesta in gran parte nella seconda metà del disco. Sono in generale i calchi di cui si diceva a peccare spesso e volentieri di originalità: ma se l'intermezzo normanno di “Le Sorbier de l'Oural” e il canonico omaggio ai Dead Can Dance di “By the Waters Of Babylon” diluiscono ottimamente i passaggi più corposi, il quartetto a cappella che parte dalla (pure ottima) “Da Znae Moma” e si conclude con la nipponica “Takeda No Komoriuta” dà luogo a dieci interminabili minuti scarsi di puro stallo.

L'esagerazione madrigale di “Can She Excuse My Wrongs” torna poi senza successo a cercare la strada dell'eredità classicista, mentre le interessanti venature trip-hop non riescono a sollevare le mancanze compositive della conclusiva “Permafrost”. Non brilla nemmeno il cameo di Monica Richards sulla spenta title track, mentre sui remix a cavallo tra trance e new age posti in coda è il caso di limitarsi a soprassedere. C'è il (solito) indiscutibile talento, c'è da premiare la voglia (ben meno usuale) di cercare nuove soluzioni sonore. Manca invece, stavolta, un equilibrio che renda grazia a quasi un'ora di musica. Le basi su cui proseguire (e da perfezionare) sono però ben solide.

(03/11/2014)

  • Tracklist
  1. Hara
  2. The City
  3. Le Sorbier de l'Oural
  4. Here And Hereafter
  5. By The Waters Of Babylon
  6. Can She Excuse My Wrongs
  7. Lokah Samstah Sukhino Bhavantu
  8. Sanctuary Of Mind
  9. Today Is The Day
  10. Da Znae Moma
  11. O Care Thou Wilt Dispatch Me
  12. Beneath The Continuum
  13. Takeda No Komoriuta
  14. Permafrost
  15. Sanctuary Of Mind (Sleepthief Remix)
  16. Permafrost (Tundra Mix)
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