Pains Of Being Pure At Heart

Days Of Abandon

2014 (Yebo Music) | alt-pop

Ne ha fatto passare di tempo, Kip Berman, prima di tornare sulle scene con la propria creatura chiamata The Pains Of Being Pure At Heart. Al momento dell’annuncio dei dettagli del disco, si è anche capito quale potesse essere il motivo principale di questa lunga attesa: quasi tutti i musicisti che avevano composto la line-up della formazione newyorkese hanno preso altre strade, e con Berman era rimasto solo il batterista Kurt Feldman. Il leader è comunque riuscito a mettere insieme un nuovo ensemble di musicisti per realizzare questo disco: sono entrate Jen Gonna (già negli A Sunny Day In Glasgow) alla voce, per lo più secondaria, ovviamente, ma anche principale in alcuni brani, e Kelly Pratt al basso, già al lavoro, tra gli altri, nel progetto composto da David Byrne e St. Vincent. Questa è solo la formazione che ha realizzato il disco, mentre dal vivo è tutta un’altra cosa, perché con Berman ci saranno Christoph Hochheim – che già aveva collaborato con i Pains in vari momenti - alla chitarra, il fratello Anton alla batteria, Jacob Sloan dei Dream Diary, e in alcune tranche del tour appariranno anche altri musicisti, tra cui Jessica Weiss dei Fear Of Men e la stessa Jen Gonna.

Tutto questo per dire che, se mai ci fossero ancora dei dubbi, The Pains Of Being Pure At Heart è ormai un moniker di Berman, che, a giudicare da quanto dichiara nelle interviste, lascia spazio alla sensibilità musicale di chi suona con lui, ma evidentemente, la scelta di non cambiare nome al progetto è una dichiarazione d’intenti sull’importanza della sua leadership. Anche perché, per i Pains, le novità non finiscono con il cambio di formazione, ma ce ne sono di ancora più importanti in relazione al suono e se queste novità non fossero state volute da Berman ma fossero solo una conseguenza della citata sensibilità musicale di chi ha suonato con lui, il nome non sarebbe rimasto.
Descriviamolo questo suono: semplicemente, in tutte le 10 canzoni sono scomparsi distorsioni e riverberi che rendevano facile accostare la band a riferimenti come Sarah Records e C86. Troviamo, quindi, arpeggi di chitarra e giri di tastiera estremamente puliti e che massimizzano la componente pop della visione musicale di Berman, e la stessa limpidezza è presente anche nella parte vocale, grazie alle armonie tra la voce del leader e quella della Gonna, che, come si diceva, canta da sola in due brani, novità assoluta per i Pains. Dal punto di vista dello stile melodico, invece, è tutto come sempre, e il tocco di Berman è immediatamente riconoscibile: probabilmente, se a queste nuove composizioni venisse applicato il suono dei precedenti lavori, sarebbero perfettamente inserite nel contesto.

Non aspettatevi, comunque, una manciata di canzoni dalla struttura sonora sempre uguale a se stessa, con jangle a getto continuo e una tastiera dietro ad ammorbidire ulteriormente il tutto. Uno dei meriti principali di questo disco è che ogni brano ha una propria identità e la nobile arte del pop puro viene declinata con grande coerenza stilistica nel corso dell’intero disco, ma anche con significative variazioni tra un episodio e l’altro.
Diversi brani hanno certamente le caratteristiche accennate poco sopra, ma già tra essi si riscontrano delle differenze: “Simple And Sure”, “Euridyce” e “Masokissed” sono compatte e incisive, “Kelly” è ugualmente compatta, ma affonda il colpo con molta più morbidezza, anche perché è uno dei brani con voce femminile; “Beautiful You” è ariosa e avvolgente e se gli altri brani citati puntano a dare una certa dose di adrenalina all’ascoltatore, questo preferisce cullarlo e coccolarlo.

Ma il disco ha diversi spunti in più: l’iniziale “Art Smock” è una carezza delicata e acustica, con la voce femminile che è sì secondaria, ma ha un’importanza capitale nella creazione della tenerezza d’insieme; “Coral And Gold” è un altro momento di quiete, con l’alternanza tra una strofa dal suono calmo e essenziale e il ritornello dove entrano molti più elementi a mo’ di esplosione; “Until The Sun Explodes” fa parte della maggioranza solare e piena di vibrazioni positive ma in essa le chitarre sono più grosse e per una volta non perfettamente pulite; “Life After Life” ha anch’essa la voce femminile ma una struttura sonora più articolata, con l’intervento sporadico di fiati; infine “The Asp In My Chest” chiude con la stessa delicatezza con cui si era partiti, ma con arrangiamenti elaborati sulla scia del brano precedente.

Da tutto questo si capisce quanto sia stato accurato il lavoro dietro a questo disco e quanto possa essere fuorviante etichettare semplicemente un disco come pop, poiché questa è una definizione talmente ampia che comprende cose banalissime e altre che invece portano con sé tanta sostanza. È altrettanto scorretto, comunque, stabilire che un disco sia di sostanza solo perché è il frutto di un lavoro attento e meticoloso, perché se mancano la bellezza delle melodie e la qualità e il gusto nelle interazioni tra le melodie stesse e le parti musicale e vocale, allora questa cura diventa un esercizio di stile fine a se stesso. Non è questo il caso, però: l’ispirazione melodica di Berman è sui propri migliori livelli e il modo in cui ogni canzone è confezionato risulta talmente efficace da mettere all’ascoltatore tanta voglia di far ripartire il disco da capo, anche per più volte al giorno.

Il fatto che i Pains Of Being Pure At Heart si siano trasformati in un progetto dalla line-up così fluttuante attorno al leader rende superflua qualsiasi questione relativa a un eventuale futuro: finché Berman sarà ancora in grado di scrivere canzoni così e di trovare i musicisti giusti per valorizzare le proprie melodie, ogni sua uscita sarà sempre la benvenuta, con questo nome o con un altro.

(27/05/2014)



  • Tracklist
  1. Art Smock
  2. Simple And Sure
  3. Kelly
  4. Beautiful You
  5. Coral And Gold
  6. Eurydice
  7. Masokissed
  8. Until The Sun Explodes
  9. Life After Life
  10. The Asp In My Chest




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