Perfect Pussy

Say Yes To Love

2014 (Captured Tracks) | punk, noise

A partire dall’uscita della cassetta "I Have Lost All Desire For Feeling", i Perfect Pussy si sono guadagnati un’attenzione sempre crescente da parte di addetti ai lavori e webzine da una parte e dall’altra dell’Oceano, culminata nell’eccezionale hype che accompagna in queste settimane l’uscita di “Say Yes To Love”, primo album vero e proprio della band.

Nato quasi per caso sul set di un film di Scott Coffey, il quintetto di Syracuse propone un ruvidissimo punk-hardcore terremotato da scosse noise di chitarre e synth, perfetto sfondo per le declamazioni al vetriolo di Meredith Graves. Ed è indubbio che sia proprio la ventiseienne vocalist il vero fuoco dei Perfect Pussy, nonostante tutti gli sforzi per risultare parte della band e non la band stessa: troppo forte la personalità, troppo significative le tematiche affrontate nelle interviste e prima ancora in testi personalissimi e dolorosi, ancorché quasi mai intelligibili, perché la maggior parte dell’interesse non vada a concentrarsi su di lei.
Uno stile confessionale per nulla naturale, per ammissione della stessa Graves, ma a cui la ragazza si sta forzando per raggiungere un obiettivo ben preciso: “Viviamo in un mondo in cui vieni rimproverato se fai una qualunque cosa che sembri da egocentrici o denoti troppa autoconsapevolezza. È davvero odioso vedere questa cosa accadere continuamente, specialmente in relazione alle persone di sesso femminile. C’è questo stereotipo... è il luogo da cui arriva la parola “isteria”, quest’idea che le donne siano esigenti ed eccessivamente emozionali e sempre “troppo”. Penso non ci siano abbastanza messaggi che sottolineino questo: “No, non sei davvero troppo. I tuoi sentimenti sono validi. Hai il diritto di sentirti come vuoi”.

Parole pesanti, indubbiamente bellissime e in tutto condivisibili, che costituiscono la base concettuale di un progetto che dal punto di vista musicale denuncia ancora qualche inciampo di troppo.
I brani nascono tutti dal medesimo approccio: una base solitamente pulita di chitarra (Ray McAndrew), basso (Greg Ambler) e batteria (Garrett Koloski), su cui va a impattare il rumore urlante generato dai synth di Shaun Sutkus e dalle poderose corde vocali della Graves. Un’unica idea sonora, insomma, declinata perlopiù secondo minime varianti, che, quando funziona, inchioda l’ascoltatore; quando s’inceppa, però, denota un grave problema di fondo, legato alla mancanza di coesione tra le parti di un meccanismo in cui il noise, a volte, suona quasi come un vezzo che finisce per azzoppare la carica emotiva dei pezzi.

Non si può negare che "Say Yes To Love" parta alla grande: "Driver" è un fenomenale treno punk, in cui il frastuono s’inserisce in modo del tutto naturale nella composizione, andando a ispessire l’impatto sonico di una chiusura che rallenta fino a cadenze anthemiche. A un livello solo lievemente inferiore si attesta "Bells", cento secondi iper-strutturati che sorprendono per gli innumerevoli twist.
E’ la terza, "Big Stars", a mostrare le prime crepe: il noise pare davvero superfluo per un brano che, melodicamente, è attestato di pura carineria; si balla, si salta e si suda, ma non c’è il rischio di farsi male, qui, come se i vetri rotti non tagliassero sul serio. "Work", invece, è l’altro apice dell’album, splendida in un refrain sollevato da un intrigante synth dark-wave.

La seconda parte del disco si apre con "Interference Fits", un power-pop di buona qualità come avrebbero potuto concepirlo i Sonic Youth dell’ultimo periodo indie, tra "Sister" e "Daydream Nation", semplicissimo nella struttura, ma appesantito da un minuto di feedback difficilmente giustificabile. "Dig" non spicca, mentre è indubbio che l’aggressione ritmica di "Advance Upon The Real" colpisca nel segno, sebbene in quella furia permanga un forte sapore di premeditazione: se nel più grande trittico hardcore di sempre "Beyond The Threshold"/"Pride"/"I’ll Never Forget You", contenuto nell’immane "Zen Arcade", gli Husker Du ci mettevano di fronte fisicamente a una rabbia spaventosa e reale, qui tutta l’aggressività pare erompere dalla registrazione piuttosto che da un’esaltazione indotta dall’esecuzione.
Non merita invece grandi giri di parole “VII”, traccia di chiusura che si risolve in oltre quattro minuti di insopportabile rumore bianco, totalmente avulsa dal contesto e che chi scrive tende ad associare a una battuta dell’immortale sitcom "Spaced": “Abstract expressionism is so mid-to-late 80s”.

Al netto di un paio di episodi notevolissimi e altrettanti di buona fattura, che ne avrebbero fatto un ottimo Ep e la prima uscita veramente importante per la band, "Say Yes To Love" pare dunque sprecare a tratti quel momento che ovunque afferma di voler cogliere; forse il rimpianto più grande per un album del genere, nato per soddisfare una fame di vita e rivalsa ben esplicata nelle liriche di Meredith Graves.
Valutando e sommando le idee migliori di quest’opera così breve, si può affermare che i Perfect Pussy abbiano alcune ottime carte da giocare per diventare davvero centrali nella scena contemporanea. Per il momento, semplicemente, non lo sono.

(01/04/2014)

  • Tracklist
  1. Driver
  2. Bells
  3. Big Stars
  4. Work
  5. Interference Fits
  6. Dig
  7. Advance Upon The Real
  8. VII


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