Pink Mountaintops

Get Back

2014 (Jagjaguwar) | alt-rock

Stephen McBean. Ve lo ricordate?
Magari il nome dirà poco, ma l’evocazione di “In The Future” potrebbe bastare a schiarirvi le idee. Divergenze di giudizio a parte sul conto del mastodontico revival hard-rock e psichedelico dei Black Mountain, resta difficile negare al succitato disco di aver fatto parecchio parlare di sé ai tempi, ben più del necessario forse. Dopo quel successo il frontman della band canadese si è dato come alla macchia, limitando le uscite al discreto fiasco del successivo “Wilderness Heart” (omettiamo la raffazzonata colonna sonora di “Year Zero”) e mandando in licenza anche il progetto collaterale Pink Mountaintops dopo un’ultima controversa fatica in orbita psych-pop.

Cinque anni più tardi rieccolo sotto le inedite spoglie di un moderno dropout, per nulla ridimensionato nelle sue ambizioni enciclopediche, ma forte di un lavoro assai meno retorico di quanto i precedenti non raccontino. Già la sporchissima cartavetro di “Ambulance City”, subito in avvio, lascia intendere che ci troviamo su un pianeta ben diverso rispetto a “Outside Love”, con Bean che, in un affondo particolarmente malsano, artiglia canino il grigiore quasi fosse un novello Iggy o uno dei suoi discepoli (urlacci belluini e inquietudine metropolitana sono degni di Mark Arm). Questa è però una soltanto delle numerose direttrici di “Get Back”, nemmeno la più rilevante. Discorso analogo merita quella – dylaniana, per così dire – che in “Through All The Worry” spinge una disciplina à-la Donovan Quinn a invitare al ballo la limpidezza di East River Pipe e le melodie elettriche dei migliori Teenage Fanclub. In una proposta che non rinuncia a pochi attimi di fugace compiacimento ma neppure esita a sconfessarne i presupposti con ironici colpi di cancellino (e tanta chiassosa schiettezza), c’è spazio quindi anche per qualche scampolo di Americana.

Più spesso è la vena decadente a far da padrona, quel mood vizioso, infettivo e declinante che Stephen plasma nell’enfasi con accettabile profitto e che il pianoforte, nelle sue occasionali comparsate, non ha modo di mondare (“Sell Your Soul”). La disperazione di fondo è però mirabilmente dissimulata dalla leggerezza, sdrammatizzante e vagamente alcolica, dei parchi inserti decorativi (non ultimo un sax che fa tanto Roxy Music), a meno che non si opti apertamente per una prospettiva espressionista come in “Wheels”, protagonista un Morrissey ulcerato dal rumore, che rende inevitabile ogni accostamento al crepuscolare Zac Pennington e ai suoi Parenthetical Girls. In un album nervoso e romantico come questo, pieno zeppo di spifferi e irrequieti rimandi all’adolescenza (fuori tempo massimo, si dirà, rancorosa il più delle volte), ha comunque più cittadinanza Alex Chilton che non il pluricitato David Bowie (difficile trovarne tracce al di là di un omaggio apertis verbis a “Station To Station”).

Lo sboccatissimo cameo rap di Annie Hardy (dei Giant Drag) nel licenzioso duetto di “North Hollywood Microwaves” aggiunge pepe all’affresco, come fanno i fiati euforici e quel tono di generale isteria: un bel pattume da sciroccati in chiave slacker, perfetta rappresentazione di tanta follia contemporanea. Un numero riarso e pungente in stile Robert Pollard come “Sixteen” non manca di rincarare subito la dose, all’insegna di un indie-rock primigenio che è tanto scarduffato quanto impassibile e può ricordare gli ibridi audaci dell’umbratile garagista canadese André Ethier. Completano il quadro “Shakedown”, filler che si segnala esclusivamente per l’ospitata dell’inconfondibile Jazzmaster di J Mascis, e “The Second Summer Of Love”, sorta di replica pestona, pezzente e incarognita degli Interpol, senza le chitarre degli Interpol.

A “The Last Dance”, ancora chiltoniana oltre misura, il prevedibile onore di chiudere i giochi, portando a sublimazione (in una specie di mesto carosello) quell’indole di torbida abulia che il disco ha così ben espresso, tra neghittosità, sconfinato disincanto e feroce rassegnazione, del tutto priva, ormai, di obiettivi da colpire.
Per uno come McBean, abitudinario della muscolare accademia e dei fumosi esercizi lisergici, un risultato nient'affatto da disprezzare.

(23/05/2014)

  • Tracklist
  1. Ambulance City
  2. The Second Summer Of Love
  3. Through All The Worry
  4. Wheels
  5. Sell Your Soul
  6. North Hollywood Microwaves
  7. Sixteen
  8. New Teenage Mutilation
  9. Shakedown
  10. The Last Dance


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