Christian Prommer

ÜberMood

2014 (Compost) | house

Nella natia Germania, di artisti che hanno subito il fascino di Christian Prommer se ne contano a palate. E d'altronde come biasimarli: quest'elegante personaggio, non dissimile nelle fattezze fisiche (ma non altrettanto nel tono forzatamente aristocratico) da un possibile Dr. House, ha di fatto costruito una carriera sul restyling. Sì, un po' come quei registi che si fanno notare ed emergono grazie ai remake di celebri film di culto, trasfigurati all'insegna di una finta sobrietà che è magari più esplicativa della voglia di strafare di quanto possa esserlo un cast coi fiocchi, una produzione a sei zeri e una pioggia di effetti speciali.

Lungi da chiunque voler affermare che tutto ciò sia negativo, non fosse altro perché la caratteristica principale di quasi tutti i dischi di Prommer, quest'ultimo in primis, è stata il loro essere maledettamente piacevoli: mai nulla di trascendentale, mai mezzo azzardo in più nel cercare di oltrepassare confini ferrei e rigidi, ma un'indubbia e rara abilità nel muoversi al loro interno con esperienza tradotta in eleganza e classe da vendere. Per questo l'arrivo oggi di un suo nuovo disco meticcio fino al midollo – e dunque non solo ed esclusivamente “di jazz fatto con l'elettronica da club”, ma dalla speziatura ben più ampia – è una notizia inattesa e insperata.

Sarà che l'anno scorso qualcosa di simile con la materia house, sebbene collocando la lente d'ingrandimento sulle radici r'n'b del genere, l'aveva fatto il connazionale Damiano Von Eckert gridando tra calore del pubblico e lodi della critica che l'old style è un approdo sicuro. Sarà che grazie ai Disclosure che l'hanno sporcata dell'eredità future-garage, la house è tornata protagonista nello schieramento dell'elettronica contemporanea, a discapito almeno parziale di una techno che sta attraversando una fase di (magnifica e formidabile) autocontemplazione, sfruttando le tante spinte propulsive ricevute nel recente passato.

Qualsiasi sia la ragione, Prommer stavolta anziché portare il jazz in discoteca tenta di portare la house nei salotti, e nel limitarsi a fare questo, ci riesce pure bene. Sfarzi di classe come l'opener fiatistico “Shanghai Nights”, l'incrocio di sguardi con la Chicago che fu del piccolo capolavoro “Aturo” e lo show stroboscopico di “Future Light” sono però tasselli che cercano invano di ridare luce a un puzzle il cui problema è proprio la mancanza complessiva di colori che spicchino, l'atmosfera da dancefloor per sessantenni alla ricerca di un espediente per sentirsi ancora giovani. Un mix che può indubbiamente trovare un risvolto positivo sul divano di casa, in contemplazione uditiva al passato e con il film dei ricordi in visione ad occhi chiusi, ma di sicuro non altrove.

(17/03/2014)

  • Tracklist
  1. Shanghai Nights
  2. Can It Be Done (feat. Adriano Prestel)
  3. Aturo
  4. Zao Bertu
  5. Future Light (with Bugsy feat. Jinadu)
  6. Beautiful (feat. Lew Stoi)
  7. Hanging On The DJ (feat. KG)
  8. Wonders Of The World (feat. Tommy Hien)
  9. Unusual Habits
  10. Waltz
  11. Marimba
  12. Tob, Der Bär
  13. Synth Jazz
  14. Where You Gonna Go (feat. Kim Sanders)
  15. Duckwalck (with Beanfield)
  16. Where Is The Sun (with Beanfield)
  17. Double Red With Roland Appel (feat. Justine Horwarth)
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