Reigning Sound

Shattered

2014 (Merge) | soul, garage-rock revival

Andare avanti, guardare indietro.
Per chi campa scrivendo pop-rock si tratta di una sorta di peccato originale o di mal comune, che regalerà anche scampoli di gaudio ai nostalgici indefessi ma fa puntualmente storcere il naso alla critica più impietosa, la stessa che ignora come la muffa – fosse anche solo per gorgonzola, Roquefort e penicillina – non corrisponda proprio all’identikit del Male assoluto. La miopia e l’assenza di coraggio che si tirano in ballo spesso, non sempre a torto, per liquidare il lavoro del passatista di turno, rimangono però limiti veniali in una fase in cui è fisiologico che il reinventare incida nell’economia musicale assai più dell’inventare. Limitarsi allo scetticismo preserverà pure l’integrità degli accaniti cacciatori di hype bello fiammante, ma equivale a precludersi più di una gradita sorpresa dal lebbrosario degli artisti che sguazzano beati in un eterno avantieri.

In una simile landa di reietti, Greg Cartwright avrebbe i titoli per candidarsi quantomeno alla carica di sindaco. Non contento di aver riproposto (in grande spolvero) gli Oblivians dopo un paio di ere geologiche, la mente dietro i progetti Compulsive Gamblers, Parting Gifts e Deadly Snakes rilancia oggi con “Shattered” anche i suoi prediletti Reigning Sound, a un lustro di distanza da “Love And Curses”, con una prepotente sterzata verso il modernariato che non lascerà indifferenti gli ingordi delle sonorità vintage. Pronti via, e “North Cackalacky Girl” già ci scaraventa in un passato mitologico, quello del soul-blues carismatico, ruvido e infettivo, che arrivava da Memphis mezzo secolo fa, più o meno. Greg spiazza tutti sacrificando il fuzz deragliante delle cose precedenti e abbraccia un sound levigato ma per nulla calligrafico. Di questa scintillante e non così inflazionata operazione recupero colpisce l’autorevolezza, in odore di filologia, di cui solo King Khan (con il sodale Mark Sultan e, ancor più, con gli Shrines) pareva capace negli ultimi tempi.

L’esordio con la prestigiosa Merge arriva dopo una rivoluzione nella line-up che ha reso numericamente maggioritaria la componente guidata dall’organista Dave Amels, con ben tre membri (su cinque) cooptati dalla band di quest’ultimo, The Jay Vons. La scelta di registrare il disco in quella specie di tempio che è la Daptone House of Soul di Brooklyn dovrebbe dirla lunga sull’indirizzo espressivo scelto come prioritario. Anche alle prese con registri per lui anomali (in realtà non siamo poi così distanti dalla sua unica fatica solista, “Live At The Circle A” del 2009), il leader degli Oblivians ribadisce di essere un superbo artigiano delle melodie oltreché un arrangiatore di altissimo rango: davvero sorprendenti per versatilità il songwriting e l’interpretazione, indici di un prodigioso talento mimetico, una confidenza non comune su terreni musicali tra loro contigui ma pur sempre diversi.

Dentro “Shattered” ci sono il rockabilly e sprazzi dell’estetica mod, il beat e tanto polveroso rhythm & blues. E c’è il romanticismo da bravi ragazzi à-la Hollies come nella gemma “If You Gotta Leave”, che è un autentico tuffo negli anni favolosi tra Fifties e Sixties, letteralmente scolpiti dall’indelebile marchio di quell’hammond canagliesco, che nemmeno Rod Argent... Già, gli Zombies. La susseguente “You Did Wrong” suggerisce che ci sono anche loro. Come i Monkees e gli Animals, con una giustezza nella posa che è talmente accurata da schivare per perizia eventuali accuse di paraculismo ruffiano.
In questo album l’omaggio appassionato a un’epoca, un’epica, uno stile inarrivabile nel plasmare le proverbiali canzonette, va di molto al di là delle trite categorie dei critici, quelle al riparo sotto il grande e comodo ombrello del “derivativo”. Ma la limitata originalità delle trame o dei testi (promesse, amori sfioriti e ultime possibilità, riproposti a oltranza) non è più il punto, quando è di una immedesimazione totale che si dovrebbe rendere conto. Al centro una stella di prima grandezza del garage-rock degli ultimi due decenni, che ha scelto di rinnovarsi con destrezza a mille miglia di distanza dai cliché e dalla furia rumorista su cui ha edificato una carriera di per sé straordinaria.

A questa festa della citazione non possono mancare gli Stones, in uno dei brani (“My My”) appena più movimentati ed elettrici (non abbastanza comunque per evitare di ribattezzare il disco – parafrasando il titolo del maggior successo del gruppo – “Too Little Guitar”). Per non sbagliarsi, un paio di tracce più in là ("Baby, It's Too Late") ecco anche i padrini di questo genere tentacolare e tutto rivolto alla preistoria del rock, i Fleshtones, che tra ritornello e controcori possono stordire per via di una somiglianza persino grottesca. In tema di parentele inattese, come non menzionare poi “Falling Rain”? Non fosse per il differente timbro vocale, ci si potrebbe quasi illudere che qui a cantare sia Mark Olson, alle prese con un’acidula ballad bucolica dei suoi Jayhawks, circa “Tomorrow The Green Grass”. Magari di straforo, ma in “Shattered” trova così spazio anche la declinazione sudista e anni 90 dell’alt-country, non meno evidente nella schiettezza traditional di “Starting New” (più prossima forse ad altri capiclasse, i Sadies).

E’ alquanto arduo comprendere per quale ragione i campioni del garage di questi anni abbiano deciso di dedicarsi alle formule più soft tra quelle dell’attuale prospettiva revivalista, ma questo rimane un dato di fatto incontestabile: Mick Collins si è infognato con il bubblegum televisivo di fine anni Sessanta e la Motown; Greg ha contratto un’infezione di pari virulenza e ha preferito rivisitare la grande epopea della Stax Records. Detroit vs. Memphis: entrambi fedeli alle peculiarità espressive del territorio d’origine, in fondo. Ma è Cartwright, più che il collega, ad aver centrato il bersaglio grosso evitando il puro effetto diorama. Anche quando il suo tocco si fa più vellutato (“Never Coming Home”, esempio egregio), la sofisticazione non toglie verità o sentimento all’iniziativa. Gli ultimi due titoli in scaletta rappresentano allora il miglior riscontro possibile, tra fiati trasudanti e un crooning da cuore in mano che fa tanto Otis Redding e Sam Cooke, rispettivamente. In “I’m Trying (To Be The Man You Need”, soprattutto, il candore ormai trascolorato in una nostalgia lontana rende testimonianza della magia di cui il cantante si è reso capace, guidato in esclusiva da una passione che i più direbbero scaduta). Beh, se questo Greg invitasse al ballo di fine anno la Shannon Shaw di “The Woodsman”, il paradosso spazio-temporale potrebbe anche dirsi compiuto, forse. Di certo, corona e scettro troverebbero finalmente i loro legittimi proprietari.

Giù il cappello allora, e pace per quei poveracci che, condizionati dal prosciutto che hanno nelle orecchie, preferiscono conservare di fronte a tanta bellezza la propria intonazione di ostinata perplessità. A tutti gli altri, il piacere di un disco semplicemente orgasmico.

(08/08/2014)

  • Tracklist
  1. North Cackalacky Girl
  2. Never Coming Home
  3. Falling Rain
  4. If You Gotta Leave
  5. You Did Wrong
  6. Once More
  7. My My
  8. Starting New
  9. Baby, It's Too Late
  10. In My Dreams
  11. I’m Trying (To Be The Man You Need)
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