Sallie Ford

Slap Back

2014 (Vanguard) | roots-rock

Il look si è orientato al casual e i capelli ora cadono lunghi e lisci sulle spalle. Solo gli occhiali Browline a occhio di gatto sono rimasti gli stessi. La rivoluzione personale di Sallie Ford è partita dai dettagli esteriori ma ha stravolto il suo intero assetto d’artista. A fine 2013 la cantante ventisettenne, di stanza a Portland ma cresciuta nel North Carolina, si è separata dal gruppo dei Sound Outside dopo quasi sette anni, un paio di album e i tour a rimorchio di Decemberists e Langhorne Slim. Stufa dell’etichetta rockabilly e di chi l’ha sempre accostata al revival fifties, ha provato strade inedite come il garage e il surf, si è fatta aiutare da quella mezza istituzione che è Chris Funk, ha assoldato una nuova band tutta al femminile nella quale spicca Anita Lee Elliot (che era metà dei Viva Voce) e vi si è ritagliata per la prima volta una parte da chitarrista, per esordire finalmente con un lavoro intestato solo a lei.

Ed eccolo questo “Slap Back”, definito “un’ode a tutte le bambole rock”. Sallie vi si presenta animata da un ardore quasi mistico, tra gospel e blues del Delta, abbracciando una bassa fedeltà non fastidiosa. Ancorché sotterranea, si avverte una pulsazione che per il disco sarà una costante, linfa vitalissima di una musica curiosa, non agevole da incasellare ma sempre stimolante per l’ascoltatore che ami le contaminazioni tra generi apparentemente avari in quanto a nuove prospettive. Ruvida, affilata, spigolosa e ruspante come le migliori Those Darlins (con le quali condivide non soltanto l’energia, ma anche il retroterra), sorretta da un’impalcatura ritmica preminente, la ragazza tiene benissimo la scena e rivela carattere alle prese con un rock ispido, terroso, fatto di polpa, sangue e nervi (“Coulda Been”, “Let Go”).

Sallie, che ha avuto in Seth Avett degli Avett Brothers il suo principale endorser, si è disciplinata molto con l’andare degli anni ma conserva intatta la propria patente di primitivista impetuosa. È l’istintualità, infatti, a rendere così godibili le sue canzoni, una miscela roots calorosa dalla sensibilità decisamente moderna, e nulla potrebbe assecondarne gli slanci meglio delle tastiere suonate da Cristina Cano: le relative ombreggiature insaporiscono la prova già disinvolta della fanciulla con un tocco di sana follia, prima che il tenore volga al radioso negli occasionali alleggerimenti corali. Da parte sua la Ford si diverte a graffiare senza vera cattiveria, ma è attenta a non perdere mai la bussola, dimostrando non poco criterio per un’emergente quale è ancora a tutti gli effetti. Ci sono poi anche frangenti più morbidi in cui il sentimento ha modo di farsi apprezzare, brandelli di romanticismo magari fuori tempo massimo ma irresistibile: alla resa dei conti Sallie può imporsi così come una sorta di anello mancante tra Karen O e Shannon Shaw (“An Ending”).

L’indole garage è minoritaria ma felicemente revivalista e premia la squisita vena naïf della rocker occhialuta. Nelle tredici tracce della raccolta le tonalità si mantengono tendenzialmente cupe ma il piglio indie-rock, attualissimo, si dimostra perfetto per stemperare la tensione da eccessive inclinazioni drammatiche, annullando sul nascere qualsivoglia tentazione manierista. La sporcizia lavora magnificamente, in tal senso. Non è mai un mero espediente formale di comodo. E’ una veracità sempre opportunamente controllata, la polvere del tempo, l’acqua torbida e melmosa dei grandi fiumi nordamericani, la ruggine libera di imperversare come meglio crede: in ogni accezione ha la sua bellezza. Come la chiusa ben chiarisce, la Ford di “Slap Back” si candida a essere una bella infezione che non si spegne. Dolce, determinatissima, specie nella seconda facciata la sua marcia procede inesorabile e il suo fascino anomalo ha partita facile.

Doo-wop e girl-group restano influenze del tutto marginali, assai meno praticate che nel recente passato, ma quella per il modernariato rimane comunque una necessità quasi inestinguibile, preziosa per come regali più di una gradita sorpresa. Il detournement-twee languido e crepuscolare di “Never Be Lame”, ad esempio, che con golose linee d’organetto, fantastici svolazzi corali e accenni western rende al meglio le suggestioni di cui la statunitense è capace. O “So Damn Low”, che non le è da meno. Il passatismo dell’autrice trova proprio in coda le sue pagine più esaltanti, grazie a una malinconia che non ha nulla di simulato e si fa motore dell’intrattenimento senza affettazioni di sorta o trucchi da quattro soldi.
Questo, ovvio, escludendo quegli occhiali vintage così caratteristici: maschera da supereroina o coperta di Linus, a seconda che lo sguardo di chi la incontra dopo i primi ascolti privilegi la sua inclinazione più tosta o quella più tenera. Sallie Ford vale come bella promessa perché è entrambe le cose, in fondo.

(04/12/2014)

  • Tracklist
  1. Intro
  2. Coulda Been 
  3. Workin' The Job 
  4. Oregon 
  5. An Ending 
  6. Hey Girl 
  7. Dive In 
  8. Give Me Your Lovin' 
  9. Luck To Miss 
  10. You Bet Your Ass 
  11. Never Be Lame 
  12. So Damn Low 
  13. Let Go
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