Shivers

Shivers

2014 (Miasmah) | free improvisation

Leo Fabriek è un batterista con la passione per la cacofonia, un appassionato di free-jazz e improvvisazione che da sempre preferisce i suoi luccicanti piatti e il loro frastuono al rumore bianco generato elettronicamente. Gareth Davis è un clarinettista e sassofonista che da anni vive con la missione di esplorare tutti i mondi ai quali il suo strumento permette di accedere: ecco spiegate le infinite presenze in gruppi e supergruppi di ricerca collettiva improvvisata e le numerosissime collaborazioni non per forza pertinenti ad un singolo ambito. Nella lista di queste ultime spicca anche quella con Rutger Zuydervelt, per tutti o quasi Machinefabriek, fresco di pubblicazione di due delle sue opere più interessanti (una delle quali per la prima volta a proprio nome) e che di presentazioni non ha certo bisogno.

Letta così, quella degli Shivers potrebbe tranquillamente sembrare nient'altro che l'ennesima esperienza di free improvisation a più tinte, non troppo diversa dalle tante che hanno deciso da anni a questa parte di seguire a ruota il modello (ad oggi insuperabile) dei Necks. Non fosse che l'omonimo debutto che il trio piazza su un catalogo esigente come quello Miasmah è probabilmente la cosa migliore che sia stata sfornata negli ultimi anni in questo sempre più affollato ambito, seconda solo alla meraviglia con cui i maestri erano riusciti a dare l'ennesima lezione giusto l'anno scorso. La policromia che era lecito aspettarsi anche solo giudicando il background dei tre è senza dubbio l'elemento in più a fare la differenza, ma un ruolo fondamentale lo gioca anche un affiatamento indubbiamente fuori dal comune.

“Ash” è un attacco quasi sottovoce, un crescendo che sembra rivedere il krautrock più crudo (Can e Faust) trasformando lo spazio da infinita dilatazione a opprimente costrizione. Il legame con la Germania musicale vive un secondo, breve capitolo in “Brood”, un chiaro omaggio ai suoni analogici e al DigiSequencer a cui è affidato il compito di spezzare il ritmo. Su “Oto” protagonista indiscusso è Davis che fa vibrare l'ancia del suo clarinetto fino a massacrarla, dipingendo una visione tetra e scura che assume progressivamente i contorni della rassegnazione. A conti fatti si tratta di un presagio che sfocia nell'orrore rumoroso del primo minuto di “Rabid”, che inizia con uno sfogo noise degno del Kevin Drumm più furente salvo poi spegnersi di colpo e fare un salto dalle parti del lussureggiante post-jazz di casa ECM.

La “pausa” dura giusto il tempo di prender fiato, prima che “Spacek” riprenda il cammino mirando stavolta all'oscurità dei sample di Zuydervelt, che duettano con i contrappunti dell'irriconoscibile sax di Davis, lasciando a Fabriek un fondale ridotto all'osso. Qui si consuma anche il legame più stretto con il minimalismo, da sempre fra i terreni preferiti per i lavori di Machinefabriek, in precedenza soltanto accennato e in generale surclassato dalla libertà cercata e trovata nel disco. Il finale a sorpresa di “Replicant” si veste quasi di una tinta sci-fi (il legame del titolo con “Blade Runner” ha indubbiamente il suo perché): otto minuti in cui si assiste prima ad un attacco di droni rumorosi, poi alla replica offerta dal clarinetto, poi ancora ad una tesa sosta di sussurri, alla ripresa delle ostilità e infine a pochi secondi di pace autentica prima del silenzio. Tutto da godersi.

(29/07/2014)

  • Tracklist
  1. Ash
  2. Oto
  3. Rabid
  4. Brood
  5. Spacek
  6. Replicant


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