Sia

1000 Forms Of Fear

2014 (Rca) | pop

La storia dell'australiana Sia Furler è quella del più lento crescendo nel music business mai registrato negli ultimi anni. Nel 1997 esordiva con un curioso album di trip-hop jazzato non troppo dissimile da quello di gente allora in voga come Moloko e Hooverphonic. La trasformazione è poi passata attraverso una sorta di intimismo indie-pop col bellissimo "Colour The Small One" (2004), e si è andata via via scremando del termine indie, per arrivare fino alle orecchiabili canzoncine del più famoso "We Are Born" (2010), e il successo planetario delle collaborazioni dance con David Guetta.
Non solo, Sia è autrice di tantissimi brani interpretati dai nomi più caldi della scena mainstream e non, e il suo cachet è ad oggi impressionante: da Katy Perry, Kylie Minogue, Celine Dion e l'ultima Britney Spears, fino a Eminem, Beck e Madonna. Il 2014 poteva quindi essere l'anno in cui back e front stage finalmente sarebbero coincisi, e "1000 Forms Of Fear" il disco della definitiva consacrazione.

Tuttavia Sia nasconde una personalità estremamente fragile e complessa(ta). Non per fare del trito gossip, ma la sua vita privata è spesso stata tutt'altro che rosea. Dalla tragica morte del suo fidanzato avvenuta negli anni 90, e i successivi episodi di alcolismo e droga, fino al recente tentato suicidio dopo che il "troppo successo" ottenuto da "We Are Born" l'aveva gettata nel panico più totale - non è esattamente una storia "pop".
Ecco quindi la scelta di apparire in copertina raffigurata dal solo caschetto biondo, quello che lei stessa definisce il suo tratto distintivo (esattamente come la vista di un beehive rimanda ad Amy Winehouse). Ma soprattutto, si comprende il perché delle sue recenti esibizioni dal vivo, durante le quali ha cantato con la testa rivolta contro un materasso o stando di spalle al pubblico. Come dire: ho una paura fottuta (a 1000, appunto).

Con queste premesse quindi, "1000 Forms Of Fear" poteva prendere due pieghe, ed è esattamente quel che è successo. Da un lato ci sono indubbiamente ispirazione e sentimento, trafugati con passione e mestiere. In un'era in cui la produzione all'ultimo grido ha spesso la meglio sulla struttura delle canzoni, Sia conosce bene il valore di una melodia ben congegnata e di un ritornello incisivo al punto giusto. Così, nonostante la somiglianza forzata con la strofa di "Diamonds" di Rihanna (canzone scritta appunto da Sia), il singolo "Chandelier" mostra presto la sua vera matrice, forte di un ritornello d'impatto intonato con un falsetto che ricorda quasi Imogen Heap. Ma spiccano anche la bizzarra "Fair Game", una canzone proto-folk con carillion cinese nel curioso intermezzo, la melodrammatica ballata alla Paloma Faith "Straight For The Knife", e soprattutto la conclusiva "Dressed In Black", oltre 6 minuti di enfatico empowered-pop che si stacca di netto dal resto dell'album.

Tuttavia, nel suo continuo scrivere canzoni accalappia-radio per altri, qualcosa sembra essersi irrimediabilmente mischiato al multiforme songwriting tipico di Sia. Forse per l'eccessiva abitudine alla ricerca dell'enfasi da ritornello epico - qui eseguito con voce grossa e pastosa mantenuta quasi sempre a volume alto - alcuni brani tendono a formattarsi perdendo di sfumature. Così, le pur piacevoli "Burn The Pages" e "Hostage" hanno tutta l'aria di essere brani più adatti a P!nk, mentre il ritornello di "Fire Meets Gasoline" ricorda tanto "Halo" di Beyoncé (per la quale Sia ha recentemente scritto "Pretty Hurts", ricordiamolo).
La produzione, a cura del quotatissimo Greg Kurstin, è certo efficace ma senza grossi sbalzi di umore ad arricchire lo spettro - pezzi come "Eye Of The Needle", "Elastic Heart" o "Free The Animal" hanno tutto perfettamente in regola, ma niente di troppo eccitante da dire.

La montagna che partorisce il topolino? Diciamo che "1000 Forms Of Fear" cade più o meno a metà strada. Da un lato è un disco indubbiamente ben fatto, interpretato col cuore e qualche momento pregevole, ma dall'altro gli manca quel qualcosa che aveva reso certi episodi del passato molto più intriganti. Forse è la paura del troppo successo a tarpare le ali al salto lungo? Ci sta; la storia suggerisce che Sia non abbia la minima voglia di slacciarsi la faccia per stare sotto agli spietati riflettori del mainstream, e forse non la si può nemmeno biasimare. Però questo disco a momenti sa quasi di contentino, come se la sua autrice si stesse sforzando di tenere nascosto il suo vero talento. Piacevole, ma frustrante.

(16/07/2014)



  • Tracklist
  1. Chandelier
  2. Big Girls Cry
  3. Burn The Pages
  4. Eye Of The Needle
  5. Hostage
  6. Straight For The Knife
  7. Fair Game
  8. Elastic Heart
  9. Free The Animal
  10. Fire Meets Gasoline
  11. Cellophane
  12. Dressed In Black
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