Skygreen Leopards

Family Crimes

2014 (Woodsist) | jangle-pop

Parevano essersi stufati del loro gioco di società, Glenn Donaldson e Donovan Quinn. Dopo l'intensa attività dell'avvio di carriera, segnato dall'uscita di sei album in altrettanti anni, il marchio Skygreen Leopards aveva fatto capolino nei negozi solo in occasione di un'ultima rimpatriata (“Gorgeous Johnny”, 2009) prima di un oblio durato un lustro intero. In questa fase di letargo Donaldson si è tenuto occupato con il lo-fi degli Art Museum, il progetto elettronico FWY! e le derive post-punk o hypna perseguite sotto la copertura dell'alias Edmund Xavier (negli ultracollaterali Horrid Red, Teenage Panzerkorps e Hostage Sex), mentre Quinn ha licenziato con tutta calma il secondo e il terzo capitolo di una più che dignitosa avventura solista. Al di là di questi fermenti carbonari, nessuna avvisaglia di inattesi ritorni fino alla sorpresa delle cose fatte, questo nuovo “Family Crimes”.

Bassa fedeltà e melodie alt-country alquanto zuccherine, imbastite dal piano: questi gli ingredienti. I redivivi Leopards si attestano sulla norma di un jangle-pop in confezione povera ma abbastanza luminoso, un'idea di estate ben lontana dalle inquietudini dell'ultima creatura di Donovan, New Bums, condivisa con Ben Chasny e battezzata di fresco. Qualcosa dei primi Rem, pauperisti bucolici e a tratti visionari, si intravede qua e là (“WWIII Style”). Morbide inflessioni dreamy, bella propensione diy, anche se sotto la crosta non c'è poi tutta questa ciccia: invariabilmente (e vagamente) gradevoli, le canzoni tradiscono la loro fragilità e finiscono col somigliarsi un po' tutte. Quinn, preme sottolinearlo, ha lasciato da parte i vezzi da fanatico di Dylan per riservarsi nuovi orizzonti. La sua scrittura appare forse meno incisiva di un tempo ma paradossalmente più autentica, confortante, aperta alle meraviglie del marginale.

È schietta e fragrante la nuova formula del gruppo, che bada al sodo in quanto a qualità delle registrazioni (curate dal terzo alfiere, quel Jason Quever – in arte Papercuts – che si è fatto le ossa al servizio di un certo Dean Wareham) e insiste con un'Americana al grado zero, espansiva, immediata ma più prossima all'indie-pop degli Orange Juice che non alla matrice folk del passato (al punto che i teschi in copertina restano il vero elemento di raccordo con gli immediati predecessori). In effetti si avverte imprevista l'atmosfera delle camerette scozzesi, quelle degli anni Ottanta però, e questa genuina passione nasconde un omaggio implicito che mette di buzzo buono (“Selling T-Shirts”).
È amore? Non è amore? Anche i titoli assecondano questo clima di confusione innocente, in linea con una musica che offre scampoli di bellezza umile, disarmata e sufficientemente candida. Pur sullo sfondo, organi e tastiere sono diventati cruciali nell'economia sonora della compagine di San Francisco, al pari di un'approssimazione che sembra quasi spostare indietro le lancette di un paio di decadi, dalle parti del primo cantautorato lo-fi. E il tocco confidenziale ma solare ci costringe ad arretrare di altri dieci anni buoni, ai Rain Parade per l'esattezza (“My Friends”).

Con “Family Crimes” pare di ascoltare una raccolta di trent'anni fa perché è proprio in quelle coordinate che gli Skygreen Leopards vogliono costringerci, grazie soprattutto alle imperfezioni e all'ingenuità di un'opera mai banalmente revivalista. Come se la maschera indossata si trasformasse in una seconda pelle, il tenore di questa strana illusione si mantiene credibile fino in fondo e non esclude momenti di esile ma innegabile fascinazione. È l'indole, quello spirito che si coglie appena tra le pieghe, a fare la differenza rispetto a un'impeccabile ma vuota operazione mimetica. Ai tre californiani non fanno difetto il calore e la tenerezza oltre, in un certo senso, alla necessaria vocazione. Passatisti insomma, ma per immedesimazione. “Is It Love, Love, Love?” è una delle vette di questa elegiaca lucentezza sixties à-la Byrds, anacronistica magari, ma proposta con sincero entusiasmo e buona aderenza al modello.

Refrain in copia carbone si avvicendano con minime variazioni, uno strumming sempre un tantino sovraesposto e poche gocce di piano a rendere questo scorrere un po' più leggiadro; tinte flou vaporose incorniciano il tutto con l'amabile inconsistenza di ricordi lontani e felici. Sempre rigorosamente tradizionalisti, i Leopards, ma con la delicatezza dei timidi. Così c'è modo di deliziarsi con le tenui pennellate di questi incantati paesaggi, e l'insieme guadagna diversi punti in coerenza rafforzando l'impressione di un piccolo disco che sa farsi voler bene. E in una seconda parte più spigliata e all'insegna della fiducia, sembra addirittura affacciarsi un idilliaco Simon Joyner (“Mascara Priscilla”).

Non c'è un titolo che raggiunga i tre minuti di durata, eppure l'album ha indubbiamente la sua compiutezza. Magari Glenn e Donovan non hanno fatto altro che propinarci sempre lo stesso brano, declinato però con il piglio, la partecipazione e persino l'impronta filologica più consoni, per fare bene e lasciare un pur debole segno. Seguendo quest'ottica, i loro obiettivi possono dirsi sostanzialmente raggiunti.

(14/08/2014)

  • Tracklist
  1. Leave The Family
  2. Love Is A Shadow
  3. My Friends
  4. WWIII Style
  5. Is It Love, Love, Love?
  6. Reno Wedding
  7. It's Not Love
  8. Crying Green & Purple
  9. Josephine
  10. Mascara Priscilla
  11. Selling T-Shirts
  12. Garden Blue
  13. Leave The Family Reprise
  14. Suburban Bibles


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