Spain

Sargent Place

2014 (Glitterhouse) | slowcore, songwriter

Josh Haden ci ha preso gusto. Con un disco e un paio di tournée di altissimo profilo, i suoi Spain 2.0 hanno detto chiaramente che non ha senso parlare di reunion, nel loro caso, quanto di nuovi slanci dopo un prolungato periodo di pausa. Per dare maggior credito a questo postulato, la band losangelina non si è accontentata degli elogi della critica e ha scelto di registrare relativamente presto il suo quinto Lp, ad appena due anni dal suo predecessore e a un trimestre scarso dal suggestivo mini con la session radiofonica “The Morning Becomes Eclectic”.

Le luci soffuse in avvio, il bianco e nero fotografico con le sue sottili spirali di fumo, valgono come ideale prosecuzione per una fascinosa esperienza ormai più che ventennale. Gli Spain non smentiscono la loro proverbiale cura del dettaglio in spazi delimitati ma mai angusti, attraverso un controllo semplicemente prodigioso. Una disarmonica linea di basso detta l’umore, più austero che mai, ma apre anche la ribalta a spazzate e refoli elettrici, per un numero dai vaghi aromi jazz in cui le peculiarità della band tendono a un’essenzialità per nulla cruda. Il misticismo per il quale il quartetto è noto sembra tuttavia aver perso punti, a tutto vantaggio di una concretezza molto più plastica. Ecco però poi “The Fighter”, uno dei numeri da cuore in mano di Josh, con quella sua dolcezza a base di sussurri (contribuisce la sorella Petra, qui anche violinista) che accarezza e infonde calore. Nulla di nuovo o di veramente indimenticabile, al di là di una classe sensazionale che, purtroppo, non fa più notizia.

“Let Your Angel” è un altro passaggio delicatissimo, all’inseguimento di una grazia che torna a toccare corde speciali ma rischia in più di un frangente di trascolorare in noia, risvolto della medaglia che con il gruppo californiano è sempre stato da mettere in conto. L’ascoltatore paziente che abbia magari una certa familiarità con la musica di Josh ne sarà comunque facilmente conquistato, visto che il bernoccolo del mite songwriter occhialuto per le belle canzoni non si è certo riassorbito con l'andare delle stagioni.

Haden e i suoi si confermano maestri insuperati dei ritmi blandi, della decantazione, di una pulizia artigiana e un’eleganza che sono autentiche cifre spirituali e non presentano il minimo olezzo di maniera. In questa prospettiva “It Could Be Heaven” ha la consistenza dell’instant classic, la tipica ballad spainiana semplice e ritornante, se possibile ancor più flemmatica delle sue corrispondenti nel passato remoto della band. Tutti gli elementi sono al loro posto, le ombreggiature intrigano a dovere, il sound è impeccabile e ha ripreso a scorrere denso come e più di un tempo, dopo le (convincenti) increspature rock del disco del ritorno, “The Soul Of Spain”.
Tuttavia qualcosa dell’incanto di questo collettivo parrebbe essersi perso, o appare quantomeno appannato. Nel rinnovato elogio della regolarità e della quiete, la magia cede talvolta il passo al (pur ottimo) mestiere e capita che un senso di assenza, di mancanza, faccia capolino. Nemmeno il bravo Gus Seyffert, già nel supergruppo folk Headless Heroes, riesce a rimediarvi.

Non è proprio memorabile il folk-blues ultrarallentato di “From The Dust”, dove i contrasti luministici dei vecchi spiritual sono tradotti in una formula stilizzata e monocorde che è tanto rigorosa quanto poco entusiasmante. Moderazione, disciplina e andature placide non possono che faticare a trovare sponde in chi presti orecchio perché, oltre che del fervore o della freschezza dei primi lavori, brani come questo e come “To Be A Man” sembrano difettare anche dell’asprezza tipica dello slowcore, della sua urgenza. In “You And I” – ospite d’eccezione papà Charlie, contrabbassista di un altro pianeta – la pregevole frugalità del picking mima una pace interiore che è ancora, come sempre, la grande forza di questo straordinario artista, a cavallo tra i generi e refrattario per indole agli incasellamenti di comodo. Che qui opta per una nudità in acustico realmente radicale ma non impressiona, forse, come vorrebbe.

Ben più appassionata e traboccante sentimento la gemma “In My Soul”, a base di minime sfumature emotive cui Haden, al solito, è bravissimo a conferire la necessaria innervatura soul (nomen omen, quindi). Più vivace è pure “Sunday Morning”, episodio che mostra indubbiamente il tiro giusto ma sconfessa l’inclinazione estatica delle parentesi più toccanti del gruppo. C’è insomma meno meraviglia, rimpiazzata da una felice propensione noir che ha aperto, per forza di cose, a tutt’altra presenza in scena, più fisica e corporea. Certo gli Spain rimangono una sorta di benedizione, una realtà più unica che rara da custodire gelosamente e amare in modo incondizionato, anche quando – è il caso di questo “Sargent Place” – non riescono brillanti come la loro classe richiederrebbe.

(09/04/2014)

  • Tracklist
  1. Love At First Sight
  2. The Fighter
  3. It Could Be Heaven
  4. From The Dust
  5. Sunday Morning
  6. Let Your Angel
  7. To Be A Man
  8. In My Soul
  9. You And I
  10. Waking Song
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