Taylor Swift

1989

2014 (Big Machine) | pop

Fa rimuovere i suoi dischi da Spotify, suscitando polemiche a non finire. Il video girato per “Shake It Off” è stato aspramente condannato dalla comunità afroamericana. Sei secondi di rumore bianco erroneamente attribuiti a suo nome scalano la classifica canadese di iTunes. In un anno di assoluta magra per il mainstream (comprensibilmente vuoto dopo l'abbondanza di volti di spicco che ha caratterizzato il 2013), un ritorno come quello di Taylor Swift, la bionda più amata d'America, finisce per risultare, nel bene e nel male, l'evento sul quale si concentra l'attenzione del mondo intero. I risultati parlano chiaro: in un periodo di crisi generalizzata per l'industria discografica, un milione e duecentomila di copie vendute nei soli Stati Uniti a una settimana dal lancio è una cifra che testimonia una popolarità di cui al momento, al di là di parodiche one-hit wonder e stelle in ascesa, nessuno può davvero vantarsi. Se poi si pensa che oltreoceano in questo 2014 che si avvia alla conclusione “1989” si configura con molta probabilità come l'unico album capace di agguantare il disco di platino, risulta ancor più lampante lo status e la solidità di riscontri conseguiti dalla quasi venticinquenne del Pennsylvania.

Al di là però della semplice questione di costume, fattore comunque tutt'altro che di scarso rilievo nell'ambito del pop da classifica, vi è un discorso di interesse sensibilmente diverso che spinge a parlare di un disco del genere. Per la prima volta nella sua carriera, la reginetta del country-pop ha deciso che questa definizione le stava stretta, che il pop, privo di etichette e restringimenti di sorta, dovesse essere oramai il suo campo d'azione, abbracciato nella maniera più vasta e diretta possibile, senza filtri che ne diluiscano la “forza”. L'esigenza di cambiare finalmente trova tutto lo spazio che merita, e quanto ne deriva ripaga sotto più di un aspetto le intenzioni.
“1989”, insomma. Non semplicemente un rimando anagrafico, ma una vera e propria dichiarazione d'intenti: reclutata alla causa una vasta schiera di produttori, tra i quali l'inossidabile Max Martin, forte oramai di una seconda giovinezza, la Swift ha concepito il suo album di transizione come una sorta di viaggio attraverso la pop-music che aveva dominato durante quell'anno, alla riscoperta dei suoni e delle tendenze che lo avevano contraddistinto. Via le chitarre insomma, benvenuti negli anni Ottanta. Certo, oramai avviatisi alla conclusione e con una bella sbronza a cui non sembrava esserci rimedio, ma ancora vivi tutto sommato, capaci di dare gli ultimi e significativi ruggiti. È ad essi che si guarda, ad essi che si aspira, né più né meno. Eppure, non vi è la benché minima traccia di quel trito revivalismo che a giorni alterni non manca di dire la sua: il tocco, anzi, è più fresco e attuale che mai.

Paradossale a dirsi, visto il gran numero di persone coinvolte (tra cui la stessa cantante), ma il merito del convincente rivernissage stilistico della Swift appare in larga misura dovuto a una produzione che ha saputo piegare il songwriting, quello sempre riconoscibilissimo, a istanze più sintetiche e danzerecce, privandolo della patina acustica/soft-rock che finora rispecchiava perfettamente le prurigini adolescenziali dei suoi brani. Un passo deciso verso la maturità in un certo senso è stato fatto: il sound, omogeneo nonostante le tanti menti pensanti, viene cucito su misura attorno al timbro e alle parole di Taylor, conscia di non poter competere né per carisma né per effettive qualità vocali con sue colleghe altrettanto blasonate.
Synth morbidi e delicati (la timida “Clean”, con la collaborazione di Imogen Heap; “Wildest Dreams”, dal trasporto ovattato e d'atmosfera), beat che soltanto in sparute occasioni accentuano il tiro (funzionando peraltro benissimo, come nell'ironico e tutto pepe singolo di lancio “Shake It Off”, oppure nel simil-stomper “Bad Blood”), fraseggi dall'odore quasi urban, tanta leggerezza sparsa un po' ovunque: lontano da trucidi party-banger e affettazioni di ogni sorta, il lavoro coniuga semplicità e modernità di un candore quasi imbarazzante, mettendo al centro della propria indagine lo sviluppo delle canzoni e mai la cura del suono, che rimane in ogni caso sempre ben evidente, mai fintamente celata.

Vi è insomma tutto quello che può fare di “1989” il fenomeno pop dell'anno, al di là del volto che lo accompagna (sarà un caso che in copertina venga in parte celato?). Sì, anche i ritornelli a presa rapidissima e i testi da memorizzare dopo due ascolti, non manca proprio niente alla ricetta perfetta scala-classifiche. Anche estendendo il discorso alla ricca versione deluxe, di potenziali singoli per il prossimo futuro ve n'è a iosa, consentendo al disco di mantenersi in alto nelle chart per tanto, tanto tempo ancora. Certo, viste le magre performance commerciali dell'annata la Swift non avrà vita difficile in tal senso (già non ce l'ha!), in compenso il nuovo singolo “Blank Space” mostra di essere ricettivo alle atmosfere minimal propagandate con successo da Lorde, mentre “Style” aggiorna il trash carnevalesco di una Lady GaGa ripulendolo dei suoi prevedibili eccessi e passandolo alla candeggina, mettendo una seria candidatura a prossimo estratto dal lavoro.
E allora? Come mai quest'ultimo non strappa la sufficienza? In un modo o nell'altro, per quanto indubbiamente si tratti del progetto più trasversale e meglio costruito della cantante, quel che si riscontra nel più dei casi è una riluttanza a scrollarsi di dosso del tutto i retaggi (esageratamente) teen che da sempre ne hanno fiaccato testi e melodie, a compiere il passo decisivo e non fermarsi a metà strada. Un fresco divertissement come “Shake It Off” finisce insomma quasi per essere smentito dalla mielosa svenevolezza dei momenti più lenti del lotto (in ogni caso capacissimi di arrivare anche al pubblico più occasionale), per diluire la sua carica in un impasto sciropposo che dell'inoffensivo country-pop del passato finisce col preservare le intenzioni (“How You Get The Girl”, “I Wish You Would”).

Aspettarsi una trasformazione totale, dopo sei anni di carriera così ben definiti nell'immaginario, era davvero impresa improba. Si salutao comunque con piacere la voglia della Swift di lasciarsi alle spalle un percorso già ampiamente arenatosi in un vicolo cieco senza scappatoie, e il suo desiderio di diventare una popstar a tutto tondo (e non la nuova LeAnn Rimes). Serve però uno sforzo ulteriore, per portarlo a compimento.

(14/11/2014)

  • Tracklist
  1. Welcome To New York
  2. Blank Space
  3. Style
  4. Out Of The Woods
  5. All You Had To Do Was Stay
  6. Shake It Off
  7. I Wish You Would
  8. Bad Blood
  9. Wildest Dreams
  10. How You Get The Girl
  11. This Love
  12. I Know Places
  13. Clean
  14. Wonderland (deluxe edition)
  15. You Are In Love (deluxe edition)
  16. New Romantics (deluxe edition)
  17. I Know Places (voice memos) (deluxe edition)
  18. I Wish You Would (voice memos) (deluxe edition)
  19. Blank Space (voice memos) (deluxe edition)


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