The Men

Tomorrow's Hits

2014 (Sacred Bones) | southern-rock, garage-rock

La parabola della sempre più sorprendente band di Brooklyn guidata da Mark Perro continua a stupire per prolificità e capacità trasmutativa. Partita come fiera rappresentante della nuova scena noise-hardcore, rifacendosi apertamente ai classici di area Dischord/Touch & Go (“Immaculada” e “Leave Home” restano due sassate in pieno volto), la formazione newyorkese si è gradualmente spostata verso una proposta meno abrasiva, pubblicando ben cinque dischi (e tutti di ottima fattura) in un solo lustro.
Due anni or sono l’apprezzatissimo “Open Your Heart” lasciava trasparire i primi spiragli di ammorbidimento, ma il sound restava per lo più tagliente. Con il successivo “New Moon”, pubblicato soltanto dodici mesi fa, il focus si spostava verso atmosfere più pastorali, in un ipotetico crossover fra Crazy Horse e Dinosaur Jr.

Oggi “Tomorrow’s Hits” prosegue e perfeziona la visione di “New Moon”, confermando uno smussamento delle asprezze che lascia in risalto il lato mano estremo dei The Men: la sublimazione del processo di “normalizzazione” del materiale musicale proposto.
Ma trattasi di una normalizzazione che continua a premiare: anche se fiati spumeggianti e arrangiamenti molto ricchi prendono il posto degli spigolosi chitarroni degli esordi, anche se il cantato si fa meno ruvido e l’atmosfera generale diviene più rassicurante, l’energia che fuoriesce dalle loro composizioni resta immutata. Viene semplicemente resa in una forma-canzone che assume sembianze diverse rispetto al passato, ma la qualità del risultato finale resta elevata.

L’album avvicina Perro e compagnia alla tradizione dei grandi spazi americani: echi southern sono un po’ ovunque, a partire dalle prime note di “Dark Waltz”, dove i Creedence Clearwater Revival si fondono con Neil Young (ascoltate un po’ il solo di chitarra…). “Another Night”, con il piano e i rigogliosi fiati in grande evidenza, sembra un inno springsteeniano, così come figlia di Springsteen è “Different Days”, una di quelle canzoni d’assalto che il Boss da anni non riesce più a scrivere. “Sleepless” e “Settle Me Down” sono due mid-tempo intrise di slide che sanno molto di “Americana”, mentre “Get What You Give” paga dazio alla penna del primo Tom Petty.
Ma il brano che farà sobbalzare tutti dalla sedia è il micidiale rock’n’roll “Pearly Gates”, una pazzesca esplosione d’energia cantata con l’indolenza del miglior Dylan. Applausi a scena aperta anche per la liberatoria cavalcata elettrica “Going Down”, che chiude il disco chiamando in causa i Pearl Jam più elettricamente anthemici, quelli di “State Of Love And Trust” tanto per intenderci.

The Men guardandosi alle spalle, riflettendo su 50 anni di storia del rock americano, scrivono quelli che ironicamente definiscono “le hit di domani”, perché spesso il segreto del successo risiede nell’attenta osservazione e rielaborazione degli stilemi del passato. Una dichiarazione molto reynoldsiana per un disco che da un lato ha un vago sapore di conversione e pentimento, e dall’altro dimostra una duttilità con pochi uguali.
A questo punto della propria parabola artistica, la band riesce ad eccellere anche cambiando radicalmente registro, questa è la loro reale grandezza. Rinforzata dal fatto che oggi è molto più difficile sorprendere suonando classic-rock invece che hardcore-punk.

(05/03/2014)

  • Tracklist
  1. Dark Waltz
  2. Get What You Give
  3. Another Night
  4. Different Days
  5. Sleepless
  6. Pearly Gates
  7. Settle Me Down
  8. Going Down
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