Tricky

Adrian Thaws

2014 (False Idols) | trip-hop, electro

C'è un imbarazzante, per quanto spesso inconsapevole, sostrato di patetico a ogni occasione in cui media e comunicati stampa strombazzano l'uscita di un nuovo album di questa o quella star in sentore di pre-pensionamento, nei rigiri di titoli per cui ogni pie' sospinto diventa un ritorno ai fasti che furono, ogni pezzo vagamente compiuto la summa di una brillante carriera, al fine di oscurare maldestramente flop sporadici o reiterati, molto spesso annunciati a loro volta come archetipi definitivi, il tutto con l'ausilio di una memoria storica sempre troppo corta e distratta, specie e soprattutto quella internauta.
Tricky è uno di quei personaggi ad avere utilizzato ormai varie volte il jolly del ritorno alla forma primigenia, nello specifico quell'indimenticabile terna sganciata agli esordi – ormai un ventennio fa – che nessuno dei numerosi, annunciati, ritorni è riuscito veramente ad avvicinare.

“Adrian Thaws” ritenta di nuovo il trabocchetto, a partire questa volta dal titolo, sfoggiando come mai prima il nome di battesimo del sanguemisto bristoliano, a enfatizzare il carattere personale e riassuntivo, nonché la genuinità dell'operazione. E a un ascolto sommario “Adrian Thaws” pare effettivamente un album-summa, centrifugato di quanto Tricky ha azzeccato, intuito, osato, rimestato in venti e più lunghi anni di carriera: il trip-hop, il reggaeton più spigoloso e marcio, il blues, l'electro-garage, la ballata synth. Stili che emergono e in qualche modo convivono in questi quaranta minuti scarsi. È sufficiente tuttavia affondare il coltello per accorgersi di come, una volta in più, Tricky sembri a corto di idee davvero incisive e sincere.

Francesca Belmonte resta alla voce per ben quattro pezzi, in quelle che sembrano b-side di un già ben poco memorabile “False Idols”, uscito solo un anno e mezzo fa, e che non possono non apparire come riempitivi dell'ultimo minuto: si salva forse la piacevole “Nicotine Love”, che in una tracklist diversa probabilmente avrebbe avuto un risalto migliore nella sua movenza leggera da clubbing narcolessico.
Gli altri featuring del disco sono Tirzah, Mykki Bianco (ma a salvare “Lonnie Listen” è solo la sensualità della Belmonte), Nneka, co-artefice di “Keep Me In Your Shake”, numero che intende strizzare l'occhio a “Pre-millennium Tension” e a alcuni momenti di “Mixed Race”, risultando però solo in un pallido blues-pop, Bella Gotti, che firma l'immancabile svolta simil-rave, in cui arriva puntualissimo anche il rimando al cliché gangsta, e “Why Don't You”, quasi un auto-plagio (il bel motivo acid-reggae di “You Don't”, zona “Maxinquaye”).

In chiusura di un album che riesce ad apparire rimasticato fin dalla copertina, rimane fissa una sensazione di inconcludenza cronica cui il nostro pare ormai invischiato da troppo tempo, il dubbio sulla necessità effettiva di un episodio del genere, in luogo di una pausa di riflessione o una fermentazione più dilatata dei tanti stimoli che Thaws pare ancora avere.
L'affetto per questo dandy precocemente consumato rimane immutato, nell'attesa di un serio ripensamento sul vicolo cieco intrapreso e – perché no – della restituzione di un rinnovato, autentico, maledetto capolavoro.

(05/09/2014)

  • Tracklist
  1. Sun Down
  2. Lonnie Listen
  3. Something In The Way
  4. Keep Me In Your Shake
  5. The Unloved (Skit)
  6. Nicotine Love
  7. Gangster Chronicle
  8. I Had A Dream
  9. My Palestine Girl
  10. Why Don't You
  11. Silly Games
  12. Right Here
  13. Silver Tongue - When You Go
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