Willis Earl Beal

A Place That Doesn't Exist

2014 (self-released) | soul, blues, songwriter

Sì, nell'arco di due anni e altrettanti dischi, si è capito che Willis Earl Beal non è uno da prendere troppo alla leggera, che di certo non è uno dei tanti pronti a contendersi platee sempre più sottili e che scorreranno via senza lasciare traccia alcuna del loro passaggio. È altresì probabile che il suo nome resterà motivo di culto, appannaggio di quei pochi che hanno scorto nella grezza visceralità di “Acousmatic Sorcery” e nel trasporto più calibrato di “Nobody Knows.” tutto l'eccentrico talento di questo strampalato bluesman d'oltreoceano, la bizzarra maestria di un ex-hobo ritrovatosi tutto d'un tratto a calcare palchi di tutto rispetto.
Ed è a chi da questa parte dell'Atlantico ne attendeva con ansia l'arrivo, a chi da tempo ne aveva desiderato lo sbarco europeo, che si rivolge quest'uscita inaspettata, quasi una sorta di compendio delle due scorse stagioni, delle tendenze che li hanno caratterizzati. Profondamente rammaricato per non essere riuscito nemmeno ad avviare la tranche del suo tour attraverso il Vecchio Continente, per ragioni ancora non meglio chiarite, e determinato a riparare alla sua maniera, ecco un nuovo set di otto brani, direttamente reperibile dal profilo SoundCloud del musicista, con cui consolarsi in parte della mancata venuta. La sorpresa però finisce qui.

Più un riassunto del biennio da poco chiusosi, un compendio a uso e consumo degli ultimi arrivati piuttosto che frutto di reale esigenza creativa, “A Place That Doesn't Exist” è sì collezione che ribadisce tutta la classe interpretativa di Beal (sempre più a suo agio nella dimensione di crooner stralunato, come in quella di dissacrante poeta dei bassifondi), ma che in materia di registri e di soluzioni adottate va poco oltre il compitino ben eseguito, la sola dimostrazione appunto di classe. Non mancano comunque i buoni numeri, specialmente quando la predilezione è per il contrasto timbrico e la giustapposizione spiazzante (le terzine di valzer a serpeggiare sotto il blues luciferino di “Bright Copper Noon”, l'esagitata richiesta di una toilette in “Toilet Parade (Ode To NYC)”, per synth e batteria), ma si preferisce infine calcare altri aspetti, perdendo in slancio e particolarità.
Suadenti, ma prevedibili trovate da soul-man d'antan (“The Axeman”) e stentati ritorni all'ispida “purezza” dei primi passi in musica (lo spigoloso quanto risaputo blues acustico d'apertura “Times Of Gold”) non spostano di una virgola i parametri stilistici di un percorso che ha mostrato di saper tenere testa a conferme e aspettative, ma a cui ora tocca confrontarsi con l'esigenza di andare oltre, di non cadere nel tranello dell'autoindulgenza. E chissà, magari con qualche aggiustata (magari proprio in fase di produzione), uno spoken-word d'impianto blues-noise quale quello della title track potrebbe spalancare a Willis le porte di una nuova grande stagione artistica.

Resta comunque tangibile il trasporto, il sincero affetto da parte del musicista per chi nel corso di questi tre anni ne ha seguito le gesta e ne ha propagato la conoscenza. Quanto al lavoro, si auspica soltanto che sia la rampa di passaggio verso nuove eccitanti frontiere.

(13/03/2014)

  • Tracklist
  1. Times Of Gold
  2. Bright Copper Noon
  3. Took My Heart
  4. The Axeman
  5. Toilet Parade (Ode To NYC)
  6. Babble On
  7. Hazel Eyes
  8. A Place That Doesn't Exist
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