The Thing

Shake

2015 (TheThingRecords) | jazz

Benché non si possano mettere ipoteche sul futuro del jazz – inteso nell'accezione più ampia possibile – al tempo presente diremmo che esso gode della maggior vitalità nel Nord Europa. E ancor più precisamente nei paesi scandinavi: di lì proviene una costante e genuina spinta propulsiva all'innovazione o alla sperimentazione di soluzioni e linguaggi ancora insondati. Il maestro di cerimonie che guida i progetti più ambiziosi e apprezzati a livello mondiale è il sassofonista Mats Gustafsson, vulcanico leader e interprete, tra le altre cose, nell'osannato dittico della Fire! Orchestra, eccitante reinvenzione della jazz big band.

Nel mentre la vicenda del trio The Thing non ha smesso di intensificarsi, dalla riuscita deviazione vocal jazz col rilancio di Neneh Cherry (“The Cherry Thing”, 2012) ai binomi in compagnia del decano del contrabbasso Barry Guy (“Metal!”, 2012) e di Thurston Moore (“Live”, 2014). Ultima nella serie di esclamazioni, “Shake” è un ritorno alle sessioni più concentrate dei membri storici con la significativa eccezione di “Aim”, un ribollente crescendo di tredici minuti con la partecipazione di Anna Högberg al sax alto e di Goran Kajfes alla cornetta.

“Viking Disco” si apre sull'agonizzante grido del sax baritono di Gustafsson, il parallelo strumentale del berciare sgraziato di David Yow o di Yamantaka Eye ai tempi dei Naked City. E sempre al versante zorniano – ma quello più recente del trio Moonchild – sembra guardare la combo col basso elettrico di Ingebrigt Håker Flaten e l'esagitata batteria di Paal Nilssen-Love, che si lanciano in men che non si dica su un ossessivo riff jazzcore, sporcato a metà strada con una distorsione dalla grana spessa che si allinea al sovrastante rumorismo del sax. Per la sezione del brano intitolata “Perfection”, nelle note di copertina, viene omaggiato il compianto Ornette Coleman, padre putativo del free jazz tutto.
La seconda traccia espone invece il lato più “nordico” dell'improvvisazione di gruppo: inizia come un'indagine atonale e unilateralmente solipsistica per la quale Flaten passa subito al contrabbasso – poiché quando si vogliono cercare suoni davvero ruvidi e interstiziali è lì che bisogna agire – per poi risolversi in un altro tema muscolare e serpeggiante.

“LOOP - The Nail Will Burn” è il momento dove più si fa sentire l'ormai lontana collisione di Gustafsson coi nostri Zu, in una cavalcata dritta alla meta. Poi di nuovo, sistematico, il rientro umbratile di “Sigill”, sorta di tune rallentato à-la Masada. Ancor più in sordina il finale di “Fra Jord Er Du Kommet”, dove il sax lavora per cinque minuti su singole note sostenute, mentre Nilssen-Love circoscrive lo spazio con leggere percussioni d'ottone.
Che siano impetuosi o vagamente circospetti, tutti gli episodi vengono presto o tardi innestati su giri di poche note, come nell'autoesplicativa “Bota Fogo” – dove Gustafsson prorompe gradualmente in un assolo incontenibile – e soprattutto in “Aim”, che ne conta appena due (più una). Questo non per dire che i tre manchino di talento, tutt'altro, ma che al di fuori del sound sempre più massiccio, “Shake” segue traiettorie fin troppo schematiche per dare quel brivido di piena libertà che è l'essenza del jazz al di là dell'epoca “classica”.

Registrata a giugno in appena due giorni consecutivi, la pur viscerale incisione non ha insomma quel carattere irripetibile che contraddistingue le session degne d'esser ricordate e riscoperte nel tempo.

(12/11/2015)

  • Tracklist
  1. Viking Disco/Perfection
  2. Til Jord Skal Du Bli
  3. LOOP - The Nail Will Burn
  4. Sigill
  5. AIM
  6. Bota Fogo
  7. Fra Jord Er Du Kommet
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