a-ha

Cast In Steel

2015 (Universal) | synth-pop

Nel dicembre del 2010 gli a-ha si sciolgono ufficialmente in via definitiva, ma si tratta solo di un bluff. Eccoli infatti riapparire con un nuovo album a meno di cinque anni di distanza dall’ultimo concerto, un lasso di tempo del tutto comune per chi ha già 30 anni di carriera alle spalle (proprio quest’anno ricorre il trentennale dell’uscita del loro primo album, “Hunting High And Low”). Diversi fattori lasciavano presagire i rischi di questa reunion, o semplice come back, comunque lo si voglia chiamare: l’improvviso silenzio discografico di Pal Waaktaar dopo anni di lavoro febbrile non solo a fianco dei suoi storici compagni compatrioti, ma anche della moglie Lauren Savoy; le ultime opache prove degli Apparatjik dopo il brillante debutto iniziale di “We Are Here” del 2010; infine, due uscite non proprio memorabili di Morten Harket, incerto tra il synth-pop superfluo di “Into My Hands” e il fallito ritorno al passato cantautorale di “Brother”.
C’era ancora da sperare che il ritorno in studio di tutti e tre i protagonisti avrebbe ridestato almeno parte della passata sinergia. E invece veniamo a sapere dalle interviste rilasciate dagli stessi ai media norvegesi che di fatto le registrazioni sono state eseguite dai tre membri separatamente. Quanto alla scelta dei brani, Waaktaar ha definito il processo di selezione un vero caos, denunciando l’assenza di un consulente di supporto della casa discografica. Che le canzoni migliori siano rimaste in un cassetto?

Al di là di tutte le possibili congetture e incomprensioni, passiamo finalmente all’ascolto dell’album. E si parte bene: “Cast In Steel” è una ballata waaktariana preziosa ed elegante, con l’interpretazione vocale di Morten Harket di una perfezione cristallina. La melodia scorre via fluida e sinuosa sulla superficie tirata a lucido di melliflue orchestrazioni ad essa perfettamente accordate, creando magie negli illusionistici crescendi del bel ritornello. Tutto suona così asetticamente perfetto e lussuosamente accomodante da chiedersi se non vi sia nascosta dietro qualche falla. Non sarà forse che Waaktaar si sia adagiato sulle sue sopraffine capacità di songwriter, capaci di tirare fuori sempre la melodia giusta al momento giusto, abbandonando completamente il desiderio di superare gli stereotipi? E quanto a Harket, saprà ancora, oltre che essere una perfetta macchina per il bel canto, rispolverare quella raucedine di sofferenza e amarezza che valorizzava efficacemente le sue esibizioni degli anni 90?
Le orchestrazioni vengono riprese all’ennesima potenza nel brano successivo, “Under The Wake Up”, il singolo che ha anticipato l’uscita dell’album. Il loro significato è tuttavia ora del tutto differente, molto più giocato sul filo dell’ironia. A detta dello stesso curatore degli effetti orchestrali, Lars Horntveth, l’idea era quella di ricreare la pomposità di una colonna sonora alla James Bond (si gioca in casa, ricordiamo che gli a-ha firmarono con il loro cavallo di battaglia “The Living Daylights” la soundtrack principale di “007 Zona Pericolo”). La melodia di Waaktaar è ancora una volta perfettamente azzeccata, più complessa nelle strofe, e di una semplicità spiazzante nel ritornello, ma sempre permeata da quel leggero tocco di ingegnosità che caratterizza tante sue composizioni. Tuttavia, la sua scelta come primo singolo lascia perplessi. È una strategia in difesa, non si tratta proprio del classico brano spacca-radio. Che non ci sia altro di maggior impatto da ascoltare?

“The Wake” è una tipica ballata alla Morten Harket che vale probabilmente più per la melodia che per l’arrangiamento. Nelle strofe ricorda “You Wanted More” dei tempi di “Lifelines”, ma si abbandona poi a un ritornello sognante e struggente, più genuino di altri da lui composti di recente. Ci sarebbe voluto però un altro arrangiamento, che valorizzasse maggiormente il contenuto emotivo anziché banalizzarlo ai livelli dell’easy listening (o meglio, di una sua anacronistica percezione).
L’influenza compositiva di Harket è fondamentale anche nella linea melodica della traccia successiva, “Forest Fire”. Nuovamente è l’arrangiamento a rappresentare l’aspetto più debole, troppo orientato all’ascolto immediato. Quelle esili tastiere alla “Foot Of The Mountain” e quelle insipide chitarre ritmate di sfondo sono di una banalità disarmante. Sul piano melodico il rischio corso da Harket è quello di cercare lo struggimento emotivo a tutti i costi, ma su questo punto gli a-ha sembrano sempre in grado di creare una galleria pressoché infinita di indovinate variazioni sul tema, senza mai esaurire la capacità di aggiungere quella nuova melodia che proprio mancava al catalogo.
“Objects In The Mirror” di Magne Furuholmen sublima le sonorità orchestrali sintetiche e plastificate degli a-ha targati Duemila, e si può apprezzare da subito come marchio di fabbrica della band. Ma ancora una volta il perno centrale del tutto è l’appassionata melodia, memore di una fanciullezza onirica ridestata e tristemente consolata da un’età adulta intimamente ferita. Se ascoltata con attenzione, l’interpretazione vocale di Harket rivela coerentemente in ogni nota acuta dell’album una radicata tristezza, ogni volta che si pone al limite delle possibilità tonali di una voce virile (e ricordiamoci che si tratta di una voce che ha di gran lunga superato la cinquantina). Il mantenimento di tonalità molto acute sembra da lui ottenuto quasi si trattasse di un sussurro, con certosina ripulitura di ogni traccia di imperfezione, sicché la tensione che si avverte sembra unicamente emotiva anziché fisica. Si tratta di un effetto difficilissimo da ottenere, si direbbe la fragilità di un cristallo sempre sul punto di rompersi e che invece non va mai in pezzi.

Con “Living At The End Of The World” è però il delicato equilibrio finora mantenuto tra delirio emotivo e contegno melodico che Morten Harket, alla nuova prova di autore, manda in frantumi. La voglia di raggiungere il sublime a ogni costo sfocia questa volta nello stucchevole, l’ambizione supera qui di gran lungo la sostanza, suonando alla fine pretenziosa. Gli a-ha compiono così il passo falso che potrebbe far apparire l’intera operazione una finzione.
È evidente che quel filone si è ormai esaurito, e meno male che tutto d’un tratto, proprio al momento giusto, si cambia musica. “Mythomania” crea aspettative già fin dal titolo e Furuholmen non ci delude rispolverando il suo autentico talento techno-synth tenuto fin qui nel cassetto. Si torna così indietro a “Cannot Hide” (da “Lifelines”) o a “The Bandstand” (dal precedente “Foot Of The Mountain”), e il risultato di questa traccia - un po’ Depeche Mode, un po’ persino “nu cold wave” - è del tutto apprezzabile. Da qui in avanti l’ingegneria del suono avrà un ruolo molto più incisivo nella proposta di sonorità molto più ricercate.

La competizione dei tre alla ricerca della melodia perfetta passa poi la palla al Waaktaar di “She’s Humming A Tune”. Si tratta in effetti, nuovamente, di una melodia molto toccante, con un Waaktaar che quasi sembra voler giocare questa volta a complicare anziché a semplificare. Bene anche l’inserimento nella seconda parte di interessanti atmosfere synth new wave in quella che altrimenti sarebbe stata una classica ballata.
Buona prova di Waaktaar anche la conclusiva “Goodbye Thompson”, nella quale il nostro autore sembra compiacersi di quella patina di polvere sedimentatasi sulla propria autorità di cantautore ormai consolidato. Il tentativo, solo parzialmente riuscito, è quello di ricordare il pathos di “Mary Ellen Makes The Moments Count” (da “Minor Earth And Major Sky” del 2000).

Alla fine l’album risulta diviso in tre parti: un inizio elegante, sofisticato e addirittura sontuoso all’insegna della precisione calligrafica firmato da Waaktaar, una seconda fase con qualche apertura di troppo all’ascolto radiofonico, e una terza più propriamente “cantautorale”.
Cifra stilistica permanente è la tipica malinconia degli a-ha, che non esaurisce mai la sua fertilità emotiva e stilistica, ma che anzi ogni volta si rigenera e si reinventa senza limiti. E questa va di pari passo con la ricerca incessante della melodia perfetta. I risultati sono alterni, ma di segnali luminosi ne troviamo diversi, tant’è che il lavoro si ricollega stilisticamente al sublime “Analogue” di dieci anni fa, pur senza condividerne la solidità estetica.
Una menzione speciale va alla produzione, raramente così nitida e pulita. Ogni tanto però ci sarebbe piaciuto vedere gli a-ha puntare di più sulla varietà della proposta e stupirci con qualcosa di veramente diverso dal solito. Ma questa nostra richiesta verrebbe qualificata come inutile distrazione da chi, parafrasando Guido Reni, ormai da tempo è salpato alla ricerca solitaria della rappresentazione in musica dell’idea in sé.

(25/09/2015)

  • Tracklist
  1. Cast in Steel
  2. Under the Makeup
  3. The Wake
  4. Forest Fire
  5. Objects in the Mirror
  6. Door Ajar
  7. Living at the End of the World
  8. Mythomania
  9. She's Humming a Tune
  10. Shadow Endeavors
  11. Giving Up the Ghost
  12. Goodbye Thompson
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