Aisha Devi

Of Matter And Spirit

2015 (Houndstooth/Danse Noire) | grime, esoteric dub

Aïsha Devi Enz cavalca l’onda sottile dell’underground elettronico europeo dal lontano 2004, anno in cui Olivier Ducret, aka Oliver Mental Groove, dj-producer e fondatore della benemerita Mental Groove Records, decide di assorbirla tra le proprie fila, sostenendola nel suo primo disco a nome Kate Wax: “Reflections Of The Dark Heat”. Nello stesso anno, la Devi collabora anche con Felix Da Housecat nell’album “Devin Dazzle”, esaltandosi vocalmente in due tracce, “Romantique” e “Let Your Mind Be Your Bed”. Il suo stile appare fin dall'inizio volutamente asettico, asciutto, mutante ma non troppo. Al netto di una più che spinta intraprendenza, la giovane Aisha ha ben impresse le lezioni di Aphex e Autechre, veri e propri fari adolescenziali, riuscendo qua e là a confondersi egregiamente, tra bassi vellutati in club motion e improvvisi guizzi schizofrenici in vaga scia minimal.

Cresciuta sulle rive del lago Lemàno in Svizzera, la Devi ha intrapreso la propria carriera musicale senza mai perdere di vista le proprie origini nepalesi, riscoperte ai controlli durante l’approdo presso la Border Community di sua maestà James Holden, il quale aveva già adocchiato le sue grazie inserendo "Angle Blues" tra le tracce di "At The Controls". Ne scaturisce un esaltante secondo album nel 2011, “Dust Collision”. E’ un disco decisamente più elaborato del precedente, nel quale il suono s’infittisce di elementi terzi, mentre il battito assume maggiore vigore e centralità. E’ un lavoro esaltante, che ne conferma il tratto personalissimo e la crescita compositiva.
Da questo momento in poi, la svizzera ha tutte le carte in regola e il bagaglio tecnico necessario per poter finalmente lasciare il Vecchio continente, assecondando a mani basse il richiamo della propria terra, riscoprendosi in definitiva per quello che in fondo è il suo vero nome. Da tale esigenza interiore nasce anche la necessità di mettersi subito in proprio. La Devi fonda quindi la Danse Noire, label privata da cui ricamare in totale armonia con il proprio io la nuova veste produttiva. E così, dopo alcuni file digitali di rodaggio, è l’Ep che raccoglie il binomio “Hakken Dub”/”Throat Dub” del 2014 a fornire i primi significativi sintomi dell’avvenuta mutazione. Mantra vocali e droni sacri segnalano l’immersione spirituale della Devi in un cenobio musicale assoluto.

Dunque, raramente capita che la biografia privata di un autore spieghi, o quantomeno lasci annusare, il contenuto del suo discorso musicale. I dieci atti di "Of Matter And Spirit", album d’esordio come Aïsha Devi, non fanno che rivelare una sconcertante serie di connessioni e meccaniche tra riferimenti alla storia privata della producer svizzera (il rapporto con il lascito dei nonni, il Nepal che affiora come referenza di significati plurimi, dalla ricerca del padre al proprio percorso spirituale) e un altro livello che si intravede in prospettiva, che parla di indipendenza artistica, di anti-autorialità, metafisica e soprattutto di trance.
E' in un'ottica quasi da philosophia perennis che si pone però la trascendenza della Devi, con l'obiettivo dichiarato di riconnettere l'ascoltatore con il moto primario del suo divenire, inteso in una unitarietà completa di materia e atman che porta a comun denominatore la fisica occidentale e i Veda. Non sorprende, in questo senso, la varietà disinvolta con cui i riferimenti si sovrappongono e convivono tra i quarantasei minuti dell'album, dai culti avesto-vedici ai moti quantistici. Il veicolo necessario a tutto ciò è una musica "primigena", reminiscente, in senso strutturale, dello sciamanesimo nepalo-tibetano e dei rituali Bön, ma anche del canto gregoriano, delle scale mediorientali e della rave culture.

Il pozzo più idoneo da cui attingere non può che essere quindi l'elettronica digitale, vuoi per l'ovvia parentela matematico-scientifica, vuoi per il suo potenziale universale, possibilità la cui storia, a detta della Devi - educata malvolentieri nella tradizione musicale sacro-calvinista - "è ancora tutta da scrivere". Allo stesso modo, l’esperienza musicale del primo passato fornisce linfa vitale alla base del proprio costrutto elettronico, in un coacervo di articolazioni grime che tendono a conciliarsi nella più tantrica delle ipnosi (“1%”), e bordate cyber-esoteriche alla Antye Greie poste in graduale dissolvenza (“O.M.A”). "Adera", invece, mette in chiaro da subito come sia proprio una forma di (post)dancefloor il punto di partenza dell'album, tra synth unti e un'aura ghiacciata e scurissima che si allunga fino a lambire i territori contesi dalle divinità dark-step Arca, Burial e Krlic.
Un procedimento che si spiega però in maniera più compiuta e personale con l'eccellente "Mazda", pulsione minimal-sintetica e vocals che paiono arrivare da altri livelli percettivi - a infierire, lo straniato videoclip diretto dal cinese Tianzhou Chen. Il lavoro sulla voce è notevole, superando con coraggio ogni precedente esperimento della nostra in un pugno di inserti trattatissimi ai limiti dell'alieno, che conducono il rito in lingue sconosciute, talvolta con accenti in qualche modo familiari ("Initiation To An Illusion") altrove in forme completamente inusitate ("Aurat"). Al contempo, le pulsazioni di “Kim & The Wheel Of Life”, tema già edito sul recente Ep "Conscious Cunt", denotano allontanamento, trascendenza, perdizione, così come il gregoriano de-umanizzato ansiogeno di "The Saviour On Spilled Blood", posto strategicamente in chiusura di disco.

E' una voce in ogni modo che si confonde e si perde tra le centinaia di input elettronici in un ambiguo gioco di ruoli e travestimenti, che, nella condivisione perfettamente equa della scena, dissolve ogni dualismo di sorta.
Difficile trovare un parallelo con un lavoro di tale portata. Potremmo pensare all'orientalismo digitalizzato di Fatima Al Qadiri, chiudendo però entrambi gli occhi sul sostrato "esoterico" del disco, oppure agli universi futur-cerebrali di Shackleton, o anche agli esperimenti militanti degli ultimi Knife e dell'ultimissima Herndon, se non mancassimo di rendere di giustizia alla vibrante fisicità del lavoro.
Più semplicemente, forse, Aïsha Devi ha sganciato un ordigno tutto suo, dall'impatto difficile da prevedere, sfidando l'ascoltatore a perdersi nei meandri della neuro-biologia, del ritmo, della materia e dello spirito.

(01/11/2015)

  • Tracklist
  1. Adera
  2. Mazdâ
  3. Initiation to an Illusion
  4. Numen J
  5. Kim & the Wheel of Life
  6. Aurat (Tool)
  7. 1%
  8. Anatomy of Light
  9. O.M.A.
  10. The Saviour on Spilled Blood


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