Appino

Grande Raccordo Animale

2015 (Picicca / La Tempesta Dischi / Sony Music) | pop-rock, songwriter

A due anni dal primo lavoro privo della firma degli Zen Circus, Appino torna cambiando tutto. Già “Il Testamento” fu un brusco scossone per chi si era abituato al punk-folk della band: il passaggio da gruppo a solista non fu un cambio formale scaturito da un mero interesse di vanità, ma un deciso distacco da uno stile e una retorica che era giusto lasciare proprie all’immaginario del gruppo.
Con “Grande Raccordo Animale” vira di nuovo, portando la sua nave verso mari a lui sconosciuti; se il primo album esplorava i legami e i rapporti umani, il secondo si avventura nell’esperienza del viaggio e del cambiamento. Il pisano in un certo senso ha smesso di far la guerra col mondo e ha iniziato a cercare di capirlo, e lo fa partendo dalla propria persona: raccontare se stessi per comprendere l’umanità e decifrare quest’ultima per capire se stessi. È la prima volta, infatti, che evita in maniera così decisa di parlare degli altri, preferendo mettersi a nudo. Non che in senso assoluto sia un disco particolarmente intimo, ma di certo lo è rispetto alla sua storia discografica, e per questo è anche la sua opera che lascia trasparire più insicurezza.

Via le chitarre furiose, via ogni accenno di elettronica, via la ferocia dell’hard metal. Appino si spoglia di tutto quello che aveva contraddistinto la sua prima pubblicazione, in favore di melodie più affabili che possano trovare un’accettazione trasversale. Inutile girarci intorno, “Grande Raccordo Animale” è un album che vuole farsi piacere, un lavoro che di base si potrebbe definire tranquillamente pop-rock, ma che per fortuna sotto il cofano nasconde una cura e un’esigenza molto più pressanti di quelle contenute nelle canzonette che assillano le classifiche.

Il suono di questo disco si aggrappa prevalentemente a due filoni. Il primo è quello delle rockstar italiane più popolari, e da chi appena un anno fa apostrofava Ligabue con “certe notti qui si fa un po’ di cagnara/ cantava quello che da Mario non ci lavorava”, ritrovarsi un brano come “Rockstar” è quantomeno inaspettato. Il lavoro fatto dal cantautore è però un legittimo rimando che non snatura la sua retorica, ma anzi forse la rafforza attraverso un riuscito contrasto tra quello che canta e quello che solitamente in Italia significa la musica che supporta il testo.
Il secondo grande richiamo è al reggae. Sì, avete letto bene: uno dei più evidenti riferimenti del disco è quello al genere giamaicano. Non a caso, alla produzione c’è niente di meno che Paolo Baldini, già curatore di un’evoluzione simile, quella dei Tre Allegri Ragazzi Morti. “L’isola di Utopia”, infatti, potrebbe benissimo essere una traccia di “Primitivi del Futuro”, così come in parte minore anche la title track o “La volpe e l’elefante”.

Il lavoro, però, non si ferma qui. Anche se il suono è meno vario del precedente e contiene per lo più delle ballate rock, o comunque canzoni dai ritmi pacati, ogni brano riesce ad acquisire una direzione ben precisa. C’è il rock da Mtv di “New York”, il punk-folk di “Linea guida generale” (l’unico pezzo che può essere definito da Zen Circus) o anche il convincente divertissement acustico di “Tropico del Cancro” e poi i Blur, i Rem, Bob Dylan, i Soundgarden, i primi Negrita e contaminazioni a non finire.
Il senso dell’album è scandito da due canzoni chiave: “Ulisse” - una delle tracce più belle - e “L’isola di Utopia”, le quali in un certo senso si ritrovano schiena contro schiena a spiegare lo stesso concetto da punti di vista diversi. La prima, che non a caso apre la scaletta, esprime l’esigenza fisica del viaggio, il bisogno di abbandonare la propria Itaca, per poi magari avere il piacere di ritrovarla; la seconda, al contrario, espone l’esigenza astratta e morale, è l’affermazione dei principi-cardine che stanno alla base del disco, guidati dal potente verso “Credo in Utopia, credo nel capire/ e in quella parola in rima con volere”.

“Grande Raccordo Animale” è strano. Lo è perché in copertina c’è il nome di Appino, ma esplora sonorità che nulla hanno a che fare con ciò che l’artista aveva tracciato finora. Come detto, c’è tanto reggae e tante musiche da mainstream-rock che in Italia ricordano inevitabilmente Ligabue e Vasco, basti ascoltare “Buon anno (il guastafeste)” e “Galassia” per rendersene conto. Anche la struttura dei testi si riallaccia a quel filone per lirica e terminologia usata, nonostante non abbandoni del tutto l’ironia tagliente a cui ci ha da sempre abituato.
Quello che ne esce fuori, nonostante i rimandi, è l’album più italiano che Appino abbia scritto sino ad ora. Quasi paradossale, per un’opera che vorrebbe fare il giro del mondo.

(19/06/2015)

  • Tracklist
  1. Ulisse
  2. Rockstar
  3. Grande raccordo animale
  4. New York
  5. La volpe e l'elefante
  6. Linea guida generale
  7. L'isola di Utopia
  8. Nabucco Donosor
  9. Buon anno (il guastafeste)
  10. Galassia
  11. Tropico del Cancro
Appino su OndaRock
Recensioni

APPINO

Il testamento

(2013 - La Tempesta)
L'appassionato esordio solista del cantante degli Zen Circus

Appino on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.