Au Pair

One Armed Candy Bear

2015 (Thirty Tigers) | americana, folk, songwriter

Avevamo quasi smesso di sperarci quando eccoli, all’improvviso, un paio di dispacci dal pianeta Jayhawks. Due notizie, e la prima ha un sapore decisamente buono: un nuovo album a breve – fine aprile – non con la formazione che regalò i capolavori dei primi anni Novanta, ma con quella miserabile e bellissima che con “Sound Of Lies” e “Smile”, alla fine di quello stesso decennio, mostrò di avere ancora canzoni superbe da offrire. La seconda novità è ancor più inattesa ma non meno preziosa: il ritorno in pista del principale autore della band di Minneapolis, Gary Louris, con un progetto inedito in combutta con Django Haskins degli Old Ceremony. Gli Au Pair, questa l’intestazione, sono nati quasi per caso alcuni mesi fa. Il primo incontro in occasione di un concerto tributo ai Big Star, di cui entrambi i musicisti non hanno mai fatto mistero di essere fan devoti (Gary ha anche suonato per anni assieme allo storico batterista Jody Stephens nel supergruppo Golden Smog), l’idea di una collaborazione del tutto informale, quindi lo scoprirsi spiriti affini capaci di intonarsi alla perfezione.

Low budget stream of consciousness affair. Così i due hanno provato a raccontare il frutto della loro collaborazione, registrato assieme a Brian Haran (già al servizio di Hiss Golden Messenger e Vetiver) con Renée Mendoza Haran degli Ashrae Fax nei panni dell’unico ospite. La definizione, in effetti, pare calzante: è artigianato folk in confezione povera che intriga con quel suo vestitino alla buona e tutto impolverato, lo stesso sfoggiato occasionalmente dai Wilco delle produzioni minori (dalla trilogia guthrie-ana con Billy Bragg al recente “Star Wars”). Certo, al di là dei detriti, delle scaglie e del terriccio, il refrain di “In Every Window” suona come la classica perla di Louris, di quelle che non impiegano più di due ascolti per conficcarsi in mente. Le pretese sono quindi piuttosto basse, nessuna esasperazione, giusto qualche asperità disciplinata o qualche ombreggiatura minimalista nei fondali riarsi. Eppure l’incanto che questa coppia di artisti – maestri di economia e suggestioni autentiche, plasmati alla scuola del chiltonismo e del lennonismo migliori – riesce a infondere con pochissimo lascia ammirati.

Parrebbero brani zoppicanti, fragilissimi, destinati a sfarinarsi al primo ascolto, questi di “One Armed Candy Bear”, ma in realtà rivelano una consapevolezza che li rende assai solidi. Merito anche di un songwriting che non indugia in sterili artifici, sobrio, robusto nella fibra e luminoso per gradazione emozionale. Il folk sghembo e apparentemente claudicante degli Au Pair ha il respiro lungo e lo sguardo terso della miglior provincia nordamericana e dei suoi sterminati paesaggi, proprio come in Simon Joyner o negli Skygreen Leopards. La prospettiva è quella colma di meraviglia marginale, da contemplativi navigati. Le due voci bisticciano ma finiscono per armonizzarsi, sullo sfondo modeste vampe controllate o miraggi che amplificano a dismisura le seduzioni da cantastorie accattoni (i Vagabonds tanto cari a Gary). Ne esce una collezione di quadretti fugaci ed elusivi ma promettenti, una raccolta insieme intimista e di spazi aperti, un disco di atmosfere dal passo lento eppure privo delle anguste e dolenti lusinghe dello slowcore.

Meglio, molto meglio dell’analoga prova di Gary con Olson, “Ready For The Flood” del 2008. Questo disco riesce assai più vivo, vibrante, palpitante, e le canzoni hanno la consistenza francamente inattesa degli instant classic, una fragranza che proprio non ha nulla di adulterato o costruito a tavolino. “Middle Distance” offre echi di Roy Orbison e di altri fantasmi dell’inesauribile tradizione Americana (oltre a quello di Louis Sullivan, mito personale dell’architetto in licenza Louris), con l’entusiasmo curioso e la dignità del già evocato Woody Guthrie, una lezione che ogni bravo alfiere della scena alt-country pare aver metabolizzato con innegabile profitto (si pensi proprio all’amico Mark Olson, con e senza la ghenga dei Creekdippers).

Dal canto suo, Haskins si prende la briga di alzare i coefficienti classicisti, ma ancora una volta questo avviene attraverso un’assoluta frugalità nel tocco (bellissimo il dialogo acustico di “Make An Entrance”), seguendo un’inclinazione che non scade mai in posa. La title track piega verso un blues domestico e nervoso, pelle e ossa ma con un’anima elettrica maligna che si esprime in sottili spirali di aria calda. Siamo dalle parti del movimentato deserto notturno dell’Howe Gelb solista (o di un Hugo Race, anche) con il relativo corredo di sporche fascinazioni. Riverberato e squillante, “Sullivan's Ghost” è un altro episodio che esalta la vena genuinamente yankee del duo, con una serie di intersezioni vocali ed elettriche che mimano quasi la sbuffante vitalità di una locomotiva in corsa (e la corrispondenza con l’autore di “Bound For Glory” può dirsi completa).

Le esplorazioni degli Au Pair pungono e scaldano il cuore a un tempo, parlando un idioma musicale che per dabbenaggine si potrebbe credere morto e sepolto, ma merita fino in fondo di essere riscoperto. Certe storie, in effetti, non sarebbero le stesse se venissero raccontate attraverso codici viziati dalla modernità e dalle sue irrimediabili banalità, quelle che impoveriscono quasi sempre l’affresco.
Non è il caso di “One Armed Candy Bear”, grazie al cielo.

(26/03/2016)

  • Tracklist
  1. In Every Window     
  2. One-Eyed Crier         
  3. One Armed Candy Bear       
  4. Night Falls Early       
  5. Middle Distance        
  6. Make An Entrance    
  7. Sullivan's Ghost        
  8. King Of The Valley  
  9. New Deal      
  10. Waiting For The First Time   
  11. Baby On Trial


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