Bilderbuch

Schick Schock

2015 (Maschin / Universal) | art-pop-rock, funk-rock, nu-r&b

Il rock è morto? Se a una domanda del genere si può giustamente rispondere con una sonora risata, certo è che la sua considerazione attualmente non è che sia proprio delle più rosee. Con riviste e webzine di peso internazionale che spingono in continuazione verso altri lidi, e con ben poche band che riescono a emergere in un contesto globale complessivamente ben poco interessato a certe dinamiche, c'è da dire che lo stato delle cose non è proprio dei migliori. La soluzione? Soccombere, oppure lavorare di fino, escogitare nuove idee, al fine di arrestare il processo, e perché no, provare a invertirlo. Quattro baldi ragazzi in quel di Vienna pare proprio che, a loro modo, una soluzione siano riusciti a trovarla.

Riuscire a interpretare la contemporaneità per piegarla alle proprie necessità: non sarà di certo un presupposto di per sé straordinario, e anzi, dovrebbe trattarsi del minimo sindacale, se si possiede un minimo di curiosità e ambizione. Nel caso però di quanti hanno tentato una strada simile rispetto a quella percorsa dai Bilderbuch in questo loro terzo album, sono stati ben pochi coloro che hanno ottenuto risultati quantomeno dignitosi. Ancora giovanissimi, formatisi una decina d'anni fa nell'hinterland austriaco per poi spostarsi nella capitale in cerca di miglior sorte, i quattro ragazzi, capitanati dalla carismatica figura di Maurice Ernst, e dopo due simpatiche prove di indie-rock sulla scia dei Franz Ferdinand, giungono al terzo album con slancio ed energia totalmente nuovi, stretta conseguenza di un rimpasto nell'organico che ha esercitato un peso non indifferente.
Da sempre la band, quando lo aveva desiderato, aveva svelato una notevole capacità nel frullare generi e attitudini, con irriverente quanto consapevole spirito espressionista. È però con l'arrivo nel 2012 del batterista Philipp Scheibl, fervente appassionato di black-music (e soprattutto di Kanye West), che il quartetto comincia a muoversi nella direzione di una fusione sempre più indissolubile tra i venti di novità portati dal drummer e le scelte sonore originarie, con il risultato di dare adito a un mélange espressivo inedito e fuori da ogni consuetudine. Che il gioco sia valso la candela appare insomma evidente.

Non è certamente una novità assoluta, quella di provare a fondere i motivi e le esigenze del pop-rock bianco agli incastri ritmici e compositivi della musica afroamericana, in un dialogo aperto tra culture e visioni. Negli ultimi anni, anzi, sono stati tanti coloro che si sono cimentati nella prova, specialmente dall'altra parte dell'Atlantico, dove tentativi simili sono stati salutati con plausi fin troppo fragorosi. L'operazione di rimodellamento, se non si rivelava un totale guazzabuglio di idee senza capo né coda (Tune-Yards, i primi Vampire Weekend), finiva però con l'essere a malapena abbozzata (HAIM), propendendo più per una giustapposizione di generi che per una loro convincente compenetrazione. Raccolta la sfida, e comprendendo che lo sfruttamento dei topoi delle attuali scene r&b e hip-hop è necessario al rock per potervi competere ad armi pari, i Bilderbuch coniano in dodici brani un viatico interpretativo del tutto unico, che annulla differenze e disparità e rende intangibili i contorni di genere, rendendoli una sola, eccitante, entità.

“Schick Schock” si rivela così essere irresistibile frullato pop, pazzoide, ironico al limite del demenziale, costantemente fuori da ogni schema convenzionale. Del resto, basterebbe vedere la loro mise sempre irriverente e bizzarra per rendersi conto di quanta stravaganza scorra nelle vene di questi quattro austriaci dal cuore hawaiiano. Tuttavia si tratta di molto più che semplici pose e colori: lungo i solchi di queste canzoni impensabili, emergono un’originalità e una creatività dalle mille declinazioni possibili. Si può cantare di tutto (persino di bibite in lattina, per dire, chi ce lo vieta?), ma anche suonare di tutto: il caleidoscopio di suoni che va a riempire ogni singolo spazio è variegato come pochi, tra chitarre che suonano come synth e synth che suonano come chitarre, in un gioco quasi virtuosistico che rende inaspettatamente cool gli assoli più arzigogolati, per non parlare delle linee di basso che si inerpicano su strutture da capogiro, e un substrato ritmico che farebbe gola a molti produttori hip-hop.
Le contaminazioni stilistiche che entrano in gioco sono al limite dell’indecifrabilità: del revival new wave in stile Franz Ferdinand è rimasta solo l’attitudine decostruzionista e ironica. I brani del disco rifiutano insomma una qualsivoglia classificazione, riservano sorprese a ogni svolta e richiedono numerosi ascolti prima di sbrogliare i fili aggrovigliati di cui son costituiti.

“Wilkommen Im Dschungel” è il primo assalto frontale, coi suoi synth impazziti e le potenti scariche di batteria. Più levigata, squisitamente tropicale, “OM” avvolge in spirali esotiche di vaga nostalgia; la commovente “Barry Manilow”, kitsch nel pieno spirito del personaggio a cui fa riferimento, tra planate elettriche e inserti al vocoder, si tramuta in una meraviglia su cui Justin Timberlake innesterebbe una delle sue ballate melense in stile “Mirrors”, e che qui invece pulsa di disperato, ma anche inusuale, romanticismo.
C’è un sentore princeiano che aleggia come una presenza costante a ogni angolo: vedi “Softdrink”, con quel riff laccato che tanto ricorda il genio di Minneapolis, salvo poi andare a finire in un surreale finale rappato, pregno di un'autoironia al vetriolo. Il massimalismo di “Plansch” è addirittura quasi-prog, con le sue mutazioni continue fatte di mille filtraggi vocali e strutture iper-stratificate.

Problemi con la lingua? Macché! Della durezza insita nel tedesco non rimane assolutamente nulla, tanto che, piuttosto che costituire un limite alla sensualità scaturente dal tappeto sonoro, diventa un valore aggiunto, ulteriore elemento che dà linfa al groove, piegandosi alle sue necessità, accarezzandolo ora con un tenue falsetto, ora rinvigorendolo con linee vocali caramellose e irresistibili (si veda “Spliff”, la stessa title track, ma anche “Rosen zum Plafond”, in cui il flauto pare quasi sdoppiarsi nella vocalità al limite dell'impossibile di Ernst).
Poco importa, insomma, se i testi risulteranno ai più indecifrabili: nel loro campionario di elenchi pop-art e imprevedibili accostamenti, quel che conta non è tanto cosa si dice (tant'è che spesso un senso a quanto cantato manco lo si trova), quanto come lo si dice. Sotto questo aspetto, il sexy lamento della conclusiva “Gibraltar”, giocato in parte su geniali sample vocali che fanno quasi il verso alle grandi eroine soul, riesce a filtrare inalterato nell'imponente costruzione strumentale del brano, che erge pinnacoli di sensualissimo (e struggente) chitarrismo nella matrice nerissima della linea melodica, appassionante e trascinante come non mai.

Incredibile successo di pubblico in madrepatria (con debutto in prima posizione lo scorso marzo e recente certificazione a disco d'oro), notato anche nella vicina Germania con un dignitoso ingresso in top 20, “Schick Schock” è la più ironica, schizofrenica, irriverente manifestazione del pop-rock mondiale. C'è ancora speranza.

(05/08/2015)

  • Tracklist
  1. Willkommen im Dschungel
  2. Feinste Seide
  3. OM
  4. Spliff
  5. Schick Schock
  6. Softdrink
  7. Maschin
  8. Barry Manilow
  9. Rosen zum Plafond (Besser wenn du gehst)
  10. Plansch
  11. Gigolo
  12. Gibraltar




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