Biosphere / Deathprod

Stator

2015 (Touch) | ambient-drone, ambient-dub, dark-ambient

La prima volta di Biosphere e Deathprod insieme risale al 1998. Un incontro, apparentemente senza possibilità di sviluppo, centrato sulla volontà di omaggiare un monumento come Arne Nordheim da due prospettive totalmente differenti. L'ambient music divenuta sound art nella sua forma più sostanziale e immersiva da un lato (si legga senza problemi: l'opposto del formalismo fotografico di Thomas Köner), il post-jazz orientato in direzione dark-ambient dall'altro. “Nordheim Transformed” fu quel che ne uscì, un lavoro senza infamia né lode, un compitino svolto con maniera senza prendersi rischi né riservare sorprese. Diciassette anni dopo, la storia si ripete.

Se di Biosphere non si sentiva parlare da qualche anno – era il 2011 con “N-Plants”, poi vari progetti minori per teatro e cinema – l'ultimo bollettino firmato Deathprod da Mr. Supersilent Helge Sten risale addirittura a undici anni fa. Dati, tutti questi, che effettivamente pesano su “Stator”, un disco che è sostanzialmente terreno condiviso in solitaria dai due artisti, che per la seconda volta rinunciano all'idea di unire le loro forze nella maniera più completa. Di nuovo nessun rischio: stavolta, semplicemente, Biosphere fa Biosphere e Deathprod fa Deathprod. Ricalcando con classe e senza colpi di genio tratti grafici ormai noti.

Da un lato dunque Biosphere, colui che dopo aver conciliato estetica e percezione coniando una serie di glossari autentici della musica atmosferica contemporanea, recentemente è spesso caduto nella tentazione di pescarvi a mani basse. Non che questo sia un male, a fronte del fatto che tutti i brani da lui firmati rientrano nel “meglio” dell'album. “Muses-C” apre sotto i migliori auspici e rimette in scena magistralmente il torpore ipnotico di “Dropsonde”, “Baud” gioca col minimalismo e non dà spazio agli sbadigli per quanto sappia di incompiuto, “Space Is Fizzy” potrebbe essere un outtake di “Shenzhou” ma non è estraneo a una classe sopraffina.

La lunga astinenza dai soundscape elettronici riconsegna invece un Deathprod decisamente appesantito, i cui lunghi monologhi nel vuoto tendono in più d'un occasione a mancare di sostanza. È il caso di “Shimmer/Flicker”, lunga e lussureggiante esitazione su un drone solitario, così come del finale immersivo di “Optical”, “classica” tormenta di neve fra alte frequenze gonfiate e field recordings. Ma sintomatica di questa tesi è ancor di più “Polycromatic”, il cui ronzio avvitato e reiterato nel nulla rende il titolo sensato solo se considerato come un ossimoro. Il valore estetico è indiscutibile, ma dietro la forma sembra mancare un contenuto autentico.

A fare eccezione è la sola “Disc”, che “vince facile” rifugiandosi nel calore di lievi soffi di armoniche, segnando di fatto l'unico punto di contatto fra i soundscape dei due artisti. La convivenza fra questi ultimi, nelle premesse non certo facile, si rivela invece elemento di vantaggio per il disco nel suo complesso. L'impianto narrativo si gioca infatti volutamente sul contrasto tra i fertili e vivi “rifugi” firmati Biosphere e le algide e desolanti esplorazioni nel vuoto di Deathprod. Una miscela vincente, a conti fatti, sebbene (per la seconda volta) l'impressione sia quella di un'occasione, di fatto, volutamente mancata.

(10/04/2015)

  • Tracklist
  1. Biosphere - Muses-C
  2. Deathprod - Shimmer/Flicker
  3. Biosphere - Baud
  4. Deathprod - Polychromatic
  5. Deathprod - Disc
  6. Biosphere - Space Is Fizzy
  7. Deathprod - Optical
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