Bob Dylan

Shadows In The Night

2015 (Columbia) | traditional pop

Lo chiamano il Grande Canzoniere Americano: quel repertorio di standard che hanno fatto la fortuna degli editori musicali di Tin Pan Alley tra gli anni Venti e gli anni Sessanta. Fino a quando è arrivato Bob Dylan. “Tin Pan Alley se n’è andata. Sono io che l’ho fatta finire”: l’aveva detto a chiare lettere lui stesso, ormai trent’anni fa, raccontandosi a Cameron Crowe. Possibile che oggi tocchi proprio a Dylan sancire l’immortalità del Grande Canzoniere Americano?
Un tempo, un disco come “Shadows In The Night” sarebbe sembrato impensabile. Adesso suona quasi naturale trovare Dylan alle prese con un compendio di classici più o meno noti del modernariato pop americano. In un certo senso, non è un’operazione diversa da quella che negli anni Novanta aveva portato alla nascita di “Good As I Been To You” e “World Gone Wrong”: lì il recupero era quello delle radici folk e blues, qui lo sguardo si sposta verso quella tradizione a cavallo tra jazz e pop che, almeno dai tempi di “Love And Theft”, è ormai entrata a far parte a pieno titolo della musica di Dylan. Ma l’approccio è il medesimo: riportare le canzoni all’essenza, alla ricerca del loro volto più nascosto.

Sin dal titolo, il punto di riferimento di “Shadows In The Night” porta inevitabilmente un nome: quello di Frank Sinatra. “Lui è la montagna”, afferma deciso Dylan. “È la montagna da scalare, anche se magari non si riesce ad arrivare fino alla cima”. Non è un caso, insomma, che i dieci brani dell’album siano stati tutti interpretati da The Voice nel corso della propria carriera. Del resto, Dylan l’aveva già scritto nelle pagine della sua autobiografia: “Nella sua voce sentivo tutto, la morte, Dio e l’universo, tutto”.
Il suo, allora, è prima di tutto un atto d’amore. Anzi, un atto di giustizia. “Amo queste canzoni e non ho alcuna intenzione di mancare loro di rispetto”, spiega. “Rovinare queste canzoni sarebbe un sacrilegio. Tutti noi le abbiamo sentite venire rovinate e ci abbiamo fatto l’abitudine. In un certo senso si tratta di riparare il torto che hanno subito”.

Con l’intento dichiarato di rimettere le cose a posto, Dylan si affida quindi alla sua inossidabile live band e a una registrazione all’antica, in presa diretta e senza aggiunte né sovraincisioni. Mettendo al centro le melodie e lasciando da parte tutto il resto, a partire dal profluvio di orchestrazioni che accompagna di solito questo genere di brani. Una scelta più sobria anche rispetto alla sua precedente incursione nei territori del repertorio di Sinatra, in occasione della raccolta natalizia “Christmas In The Heart”: stavolta il centro della scena è riservato alla pedal steel di Donny Herron, con un trio di fiati a sfiorare appena i contorni di qualche episodio (“I’m A Fool To Want You”, “The Night We Called It A Day” e la conclusiva “That Lucky Old Sun”, già portata più volte sul palco da Dylan in passato).
Così, anche le più languide torch song finiscono per suonare come apocrifi di Hank Williams. Non importa che si tratti dei versi di Prévert (“Autumn Leaves”) o degli spartiti di Rachmaninov (“Full Moon And Empty Arms”): i brani trascolorano l’uno nell’altro in un’unica, lunga ode al tempo perduto e alla nostalgia dell’amore. Non con l’amarezza del rimpianto, ma lasciandosi cullare dal torpore della memoria. Il crooning di Dylan coniuga ruggine e carezze come da copione, ma nonostante tutto i panni del cantante confidenziale non gli si attagliano quanto quelli del bluesman. E la devozione con cui si accosta alle canzoni di “Shadows In The Night” lascia il senso di un omaggio sin troppo indulgente alle ombre del passato.

È emblematico, in questo senso, che l’unica intervista per il lancio del disco Dylan l’abbia concessa alla rivista dell’AARP, l’associazione dei pensionati americani: “Non cercare di comportarti da giovane. Potresti farti del male”, chiosa sardonico. In fondo, è stato sempre questo il suo motto nell’ultimo ventennio. Queste canzoni, Dylan non avrebbe potuto cantarle a vent’anni: come riconosce lui stesso, lo avrebbero sopraffatto. Solo il fuggire del tempo gli ha svelato la verità celata dietro il sentimento. “È qualcosa che ha a che vedere con le emozioni umane. Non c’è nulla di artificioso in queste canzoni. Non c’è una sola parola falsa. Sono eterne”.
Canzoni universali perché universale è il cuore dell’uomo: la passione che si consuma come foglie d’autunno, l’attesa che resta come un riflesso di luna. Il freddo, la stanchezza, il senso del peccato. Ma, soprattutto, il bisogno di qualcuno a cui tendere la mano. “Though the road buckles under where I walk, walk along/ Till I find to my wonder every path leads to Thee/ All that I can do is pray, stay with me”. Per comprenderlo fino in fondo, forse, occorre avere conquistato le sue stesse rughe.

(11/02/2015)

  • Tracklist
  1. I’m A Fool To Want You
  2. The Night We Called It A Day
  3. Stay With Me
  4. Autumn Leaves
  5. Why Try To Change Me Now
  6. Some Enchanted Evening
  7. Full Moon And Empty Arms
  8. Where Are You?
  9. What’ll I Do
  10. That Lucky Old Sun


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