Calcutta

Mainstream

2015 (Bomba Dischi) | alt-pop, songwriter

Ed ho fatto una svastica
Nel centro a Bologna
Ma era solo per litigare
Non volevo far festa
E mi serviva un pretesto...
(da "Gaetano")


La favola di Calcutta continua, da cantore di provincia a protagonista dei rotocalchi nazionali, dove nelle pagine "Cultura e spettacoli" si parla di lui, lo si intervista, si analizza un personaggio che pare capitato lì per caso, e le sue canzoni piacciono, sempre di più.
Calcutta oggi ha deciso di (fingere di) diventare "mainstream" ma, pur dimensionandosi come ultra-pop, resta saldamente collocato nell'underground, nel suo habitat naturale, che ora inizia a stargli un po' stretto, ma dal quale meglio può descrivere quel provincialismo "sano", fatto di piccole fragili storie che disegnano una realtà fatta di irreversibile precariato.

Sono racconti che, una volta usciti dalla sfera di riferimento dell'autore, diventano universali, nei quali i giovani d'oggi si rispecchiano alla perfezione, con tenui soddisfazioni (il Frosinone per la prima volta in Serie A) che mostrano il segno dei tempi che cambiano, ma non possono avere la forza di oscurare i disagi derivanti da amori accartocciati e solitudini perenni, anche se eternamente confortevoli.
La notte si trascorre mangiando una pizza da soli, poi chissà dove si andrà a dormire, magari si vedrà un film, ma il nome del regista svanirà nei ricordi, confuso nella memoria, però ci si sente liberi di poter lavare i piatti senza lo Svelto, e questo aiuta a star meglio, a sentirsi svincolati da una quotidianità che non si vuole mai troppo allineata.

Provincialismo cosmico costruito su piccole storie suburbane, ne parlavamo già un paio d'anni fa, e Calcutta nel 2015 azzecca il disco giusto al momento giusto, conservando la stessa matrice dell'esordio: quella spontaneità non si è dissolta, nonostante la scrittura dei brani si presenti maggiormente "pensata", gli arrangiamenti siano più complessi e curati, l'atteggiamento complessivo meno lo-fi, grazie alla presenza di una band alle spalle in grado di fornire una nuova spinta energetica.
Pillole di vita metropolitana musicalmente più stabili rispetto a quelle che popolavano "Forse...", un concentrato di "surrealismo realista", dove qualsiasi giovane della sua generazione può rintracciare se stesso, pezzi di un puzzle di tendenza, brani rivestiti nel modo giusto, indossati dal personaggio perfetto per l'occasione, una maschera alternativa che sa farli funzionare al meglio.

Milano, Bologna, Pesaro, Peschiera del Garda, Frosinone, tutto pare frutto di appunti di viaggio, elaborato durante gli spostamenti in tour, visto che Calcutta si è sempre reso disponibile per suonare ovunque, tanto nei locali importanti, quelli dove suonano i musicisti affermati, quanto negli scantinati di periferia, nelle case della gente, ovunque ci fosse una platea disposta ad ascoltarlo.
Un po' Rino Gaetano, un po' Alberto Ferrari, un po' Lo Stato Sociale, un po' i due Vasco (Rossi e Brondi), enfatizzando ancor più che in passato quell'attitudine pop ben radicata nel suo Dna, frullando tutto nella contemporaneità degli anni 10 di una generazione che "sopravvive" senza più certezze, senza un lavoro fisso, precocemente disillusa, ma non ancora sconfitta.

"Frosinone" e l'accoppiata iniziale "Gaetano"/"Cosa mi manchi a fare" risultano le tracce più riuscite, nelle quali l'atteggiamento volutamente svogliato di "Forse..." scema in favore di una scrittura più a fuoco e di una maggiore capacità di calcolo.
Sprazzi di sperimentazione elettronica emergono nei due brevi intermezzi posti a suddividere la tracklist in capitoli e nell'ipnotica "Dal verme", fin quando la breve "Barche" - due minuti per soli chitarra e voce - chiude il disco con quell'intimismo costruito su tenui flash quotidiani che riportano alla mente cose tipo "Gli autobus di notte" del primissimo Carboni.

L'ironico titolo dell'album gioca sulla tendenza dei giorni nostri a voler classificare tutto ad ogni costo, ma Calcutta, nonostante il "finto sforzo" di "poppizzare" i propri brani (aggiungendo strumenti e curando il mood) resta un personaggio inclassificabile.
È semplice e sincero. Speriamo che il tempo e gli incontri non lo normalizzino, tanto lui se ne sbatterà di tutto e scriverà altre canzoncine meravigliosamente strampalate. La dimensione live saprà dirci se il "guadagno" riscontrato durante l'ascolto di "Mainstream" sarà trasportato sul palco: non più da solo con una chitarra scordata, ma leader di una band vera.

(02/12/2015)

  • Tracklist
  1. Gaetano
  2. Cosa mi manchi a fare
  3. Intermezzo 2
  4. Milano
  5. Limonata
  6. Frosinone
  7. Intermezzo 1
  8. Del Verde
  9. Dal Verme
  10. Barche


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