Camouflage

Greyscale

2015 (Bureau B) | synth-pop

Lo ammetto, io per primo (che di rado parlo in prima persona, ma stavolta non so proprio come evitare di farlo): quando ho scoperto che OndaRock non ha mezzo articolo sui Camouflage, ci sono rimasto di stucco. Considerato l'affollamento, almeno fino a poco tempo fa, di nostalgici waver e di reduci eighties, è davvero curioso che il terzetto tedesco più controverso del post-new wave sia riuscito a passare inosservato per tutti questi anni. Per alcuni estrema conseguenza in negativo dell'ondata di stucchevolezza che ha investito la scena dall'85 in poi, per altri una delle saracinesche più emblematiche e meglio riassuntive del decennio Ottanta tutto.

Quel che è sicuro è che i Camouflage sono la compagine che ha meglio saputo stipulare una pace tra l'elettronica teutonica di Berlino e Düsseldorf e la new romantic della seconda metà degli Ottanta. A toglier loro più di un merito c'è forse il fatto di aver effettivamente debuttato nell''88 – tardi, molto ma molto tardi - e di averne imbroccate poche almeno fino al '95, vale a dire a quello “Space Crakers” che li aveva visti abbandonare la speranza di salire sul carrozzone degli hit-maker per dedicarsi a un revival synth-pop più genuino e autentico. Poi tante buone cose, nessuna eccezionale, quasi tutte passate in sordina. Di sicuro, non poteva esserci disco migliore di questo “Greyscale” - il primo in nove anni - per tornare a parlare di loro.

Che la maturità avesse decisamente giovato alle sorti dei tre lo si era già capito da “Relocated”, e qui ne si ha la definitiva conferma. I Camouflage di oggi sono la più tradizionalista delle frontiere revival, ma quel che li distingue è la capacità di sfornare pezzi killer come “Shine” (disclaimer: il video non aiuta ad apprezzarlo), forse il più riuscito incontro tra Human League e Tears For Fears che si sia mai udito. Orzabal e soci vengono immediatamente in mente anche nella più crepuscolare “End Of Woods” e nella bella litania di “In The Cloud”, figlia in toto delle lezioni di eleganza di Sua Maestà Bryan Ferry. Dietro gli scintillanti synth della hyperballad “Count On Me” sembra ci siano gli Erasure: si tratta invece di Peter Heppner dei Wolfshein, il cui tocco illumina un brano di per sé non così efficace.

Andando a scavare, si troverebbero in più parti tracce di questi “interventi d'esperienza” volti a colmare qualche lacuna d'ispisazione: nella nostalgia da lacrime della cavalcata alla Pet Shop Boys di “Misery”, nel passaggio sensuale in odor di certi Depeche Mode di “Laughing”, persino nell'immediatissima “Leave Your Room Behind”, apparentemente il pezzo più spigliato del lotto. Ma complessivamente, grazie anche a un gruzzolo di perle strumentali – le gemelle sospese “Light Grey” e “Dark Grey”, l'omaggio kraut della title track - chiamate a fare da perfetto collante, la mossa paga. Regalando un disco tutto fuorché nuovo, originale o imprescindibile, eppure efficacissimo nel riassumere a posteriori il meglio (e il peggio) del decennio musicalmente più controverso del secolo scorso.

(12/04/2015)

  • Tracklist
  1. Shine
  2. Laughing
  3. In The Cloud
  4. Count On Me (feat. Peter Heppner)
  5. Greyscale
  6. Still
  7. Misery
  8. Leave Your Room Behind
  9. Light Grey
  10. End Of Words
  11. Dark Grey
  12. I'll Find
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