Dutch Uncles

O Shudder

2015 (Memphis Industries) | electro-pop

I Dutch Uncles hanno un problema, ed è quello di aver raggiunto il successo senza volerlo.
Ora che le ottime intuizioni di “Out Of Touch In The Wild” hanno conquistato un posto di rilievo nella produzione di quella musica eletttronica in bilico tra l’art-pop e l’eccentricità melodica, affiancandoli ai colleghi Hot Chip, Wild Beasts, Metronomy e Field Music, la band di Duncan Wallis si trova al bivio più complesso e difficile da superare.
Fino ad ora quello che sembrava muovere le loro ambizioni era una dimensione stilistica autonoma; con “O Shudder” la band accetta la sfida del confronto, modificando in parte l’assetto sonoro, aggregando l’elettronica e testi più variegati e impegnati, e soprattutto iniettando un’inquietudine ritmica che provi a smorzare le innegabili derive pop del genere.

Sembra che l’ossessione del giudizio critico abbia spinto Wallis e compagni a modificare la rotta in cerca di una maturità e di una profondità che purtroppo non sempre è messa a fuoco. Prendete ad esempio “Don't Sit Back (Frankie Said)”, un bel mix di elettronica colta alla Japan attraversata da pulsioni r’n’b degne dei Talking Heads: per quanto il gruppo tenti di mediare le ambiziose ritmiche con il refrain, il risultato appare slegato e leggermente forzato. Le cose non vanno meglio quando si lasciano andare nelle braccia del pop-soul di “In N Out”, una pallida imitazione delle influenze anni 80 che si agitano in modo più insistente che in passato.
Che “O Shudder” sia un album che necessiti di più ascolti per essere sviscerato, è uno dei motivi che spinge l’ascoltatore a trovare il filo conduttore di un’opera che non può comunque essere liquidata in poche parole: i Dutch Uncles stanno provando a crescere, e l’elegante introduzione di “Babymaking” promette e mantiene quell’equilibrio tra intelligenza buon gusto e pop che la band insegue da sempre.

Le variegate esperienze live e soprattutto quelle con l’orchestra hanno portato spessore in alcune costruzioni armoniche: pregnante e sofisticata, “Given Thing” sposta l’asse verso un chamber-pop dal lirismo mutevole che simula una mini-suite dalle infinite soluzioni timbriche, dove anche la voce di Duncan Wallis si muove con maggior sicurezza. Un matrimonio stilistico felice che si rinnova nell’ancor più ambiziosa “Tidal Weight”, dove i Dutch Uncles incrociano elettronica e quartetto d’archi con soluzioni originali e ricche di fascino che sfiorano i Talk Talk di “Laughing Stock”.
Il dubbio e l’apparente nevrosi che scaturisce dalla mancanza di risposte agita gran parte delle canzoni, a volte conciliando pulsioni ritmiche a buone intuizioni pop come in “Upsilon” e “Drips”, che restano comunque allineate al profilo meno istintivo e accattivante dell’album, mentre in “Decided Knowledge” la band scioglie le briglia centrando quel mix di ritmo e melodia pop altrove tenuto a freno.

Insomma, “O Shudder” è per i Dutch Uncles un progetto ricco di luci e ombre. Resta evidente la loro volontà di osare: se solo avesse tenuto a bada quella voglia di confrontarsi con i loro pari (Wild Beasts e Metronomy, in particolare), il terzo album della band non rischierebbe di esser archiviato come un capitolo interlocutorio della loro discografia.

(16/04/2015)



  • Tracklist
  1. Babymaking
  2. Upsilon
  3. Drips
  4. Decided Knowledge
  5. I Should Have Read
  6. In N Out
  7. Given Thing
  8. Don't Sit Back (Frankie Said)
  9. Accelerate
  10. Tidal Weight
  11. Be Right Back




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