East India Youth

Culture Of Volume

2015 (XL) | synth-pop, elettronica

Che William Doyle disponesse di un ragguardevole talento nel manovrare il suo ricco armamentario di sintetizzatori non è propriamente una novità: già dalle tre tracce di “Hostel” si intravedevano capacità portentose sotto questo aspetto, piegate a un gusto del tutto personale per la commistione di generi e attitudini, in perenne bilico tra ritmo e atmosfera, inclinazioni danzerecce e rigore sintetico. I dieci movimenti di cui si compone “Total Strife Forever” non hanno fatto che confermare, quando non potenziare, l'assunto, rimarcando la brillantezza e le potenzialità di uno tra i più dotati synth-men della sua generazione. Che il giovane ragazzo di Bournemouth avesse dalla sua anche un notevole fiuto autoriale, nonché un interessante senso per la composizione pop, questo era tutto un altro paio di maniche. A un solo anno di distanza dall'esordio sul lungo formato, la maturazione può definirsi completata: privo delle discontinuità d'ispirazione del pur affascinante predecessore, e ben più attento al trasporto melodico dei singoli brani (tre strumentali compresi), “Culture Of Volume” traghetta il suo firmatario alla piena consapevolezza dei propri mezzi, proponendosi al contempo come synth-opera di rara finezza ed eleganza, dalle intuizioni a dir poco sfavillanti. In uno scenario il più delle volte alquanto desolante, Doyle ravviva la fiamma dell'interesse in dieci “semplici” mosse.

Composto e registrato quasi nella sua interezza nella dimensione appartata dell'appartamento londinese di Doyle, con l'aiuto in fase di mixing delle abili mani di Graham Sutton, il secondo lavoro del compositore ripudia in toto possibili ricadute intimiste, a favore di una palette, sonora quanto espressiva, che riscopre l'epica del sentimento, e non lesina di sbandierarla in tutta la sua potenza, senza alcuna vergogna. In tal senso, la disposizione “narrativa” della scaletta, unita a una vocalità decisamente più affinata e accattivante, fanno la reale differenza, nell'ambito di un apparato musicale che già di suo difficilmente riesce a lasciare indifferenti. Con due dei tre strumentali a rivestire il ruolo di apertura e chiusura del sipario (i vortici in crescendo di “The Juddering”, ouverture per synth cosmici e rumor bianco, le scintille soniche modellate con gusto avant di “Montage Resolution”), e uno a spartirsi il ruolo di primattore della collezione (“Entirety”, entusiasmante tentativo, con tanto di lucente stop&go melodico, di aggiornare le sonorità future-pop di Covenant et similia alla luce dei recenti sviluppi in materia dance), Doyle investe tempo e creatività per modulare la restante scaletta in un gioco emotivo di rara intensità, che predispone l'ascolto a una polarità ben definita.

Nel primo blocco di canzoni l'impennata, ritmica e dei volumi, porta dunque a un progressivo accentuarsi della componente più massiccia e nerboruta del suono, in un percorso che dal bolero midtempo per archi, vibrafono ed elettronica di “End Result” approda alle movenze minimal-techno di “Hearts That Never”, dall'imponente impatto kraftwerkiano ma dalla calorosa anima alt-pop. Nel mezzo, c'è spazio perché Doyle rielabori la lezione dei migliori Pet Shop Boys in un lussuoso esercizio di soave electro-pop (“Beaming White”, che non disdegna anche contatti con uno sfumato onirismo), o perché tiri fuori i muscoli e all'irregolarità della sua penna sposi un tastierismo di grande impatto, come lo potrebbero concepire i TOY (“Turn Away”; splendida la ricerca delle variazioni in crescendo sull'arrangiamento).
Con apparente soluzione di continuità, ma senza rinunciare a una stilla della magniloquenza d'insieme, il secondo segmento di melodie trova invece East India Youth a dare sfogo al lato più atmosferico, riflessivo della sua indole creativa, per tre lunghe composizioni in cui il respiro si fa morbido, sottilmente malinconico, a due passi dall'ambient music. Se “Carousel”, con quel taglio ipnotico, è lento naufragare nei recessi più profondi della propria nostalgia, reclamata con una forza che non accenna a spegnersi in banali derive crepuscolari (con un accompagnamento musicale meno ovattato si potrebbe quasi parlare di power-ballad), ci pensa poi la lunghissima “Manner Of Words”, dieci minuti di epica in minore, a regalare frangenti di incontenibile densità lirica, su un ostinato tastieristico che nel suo sposarsi al cantato non fa altro che acuire la carica emozionale del brano.

Assolutamente privo delle ingenuità pseudo-minimal di tanti act electro contemporanei, William Doyle dimostra a voce alta come il synth-pop possa calarsi nell'attualità parlando un linguaggio complesso, enfatico e obliquo quanto si vuole ma capace ancora di sfruttare la scrittura come punto di partenza, e non come un fardello di cui sbarazzarsi alla prima trovata da ripetere ad oltranza. Con una classe d'altri tempi, ma con un metodo creativo che è totalmente figlio del presente (difficile riscontrare nel complesso evidenti padri putativi, sia tra i classici maggiori che tra le chicche di culto, di un simile saggio di maestosità sintetica al servizio dei dettami pop), il progetto East India Youth surclassa di abbondanti spanne ogni contendente in pista e marcia spedito alla volta di ulteriori ridefinizioni. Con buona pace dei tanti detrattori...

(10/12/2015)

  • Tracklist
  1. The Juddering
  2. End Result
  3. Beaming White
  4. Turn Away
  5. Hearts That Never
  6. Entirety
  7. Carousel
  8. Don't Look Backwards
  9. Manner Of Words
  10. Montage Resolution




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