Eels

Royal Albert Hall

2015 (E Works / Pias) | alt-folk-pop

“Give me a hug!”. Allarga le braccia, il lupo solitario chiamato E, concede un sorriso irsuto alla platea. Poi scende dal palco, si lascia circondare dal pubblico, si abbandona un po’ stranito al calore degli abbracci. “That was fun… and also terryfing!”, confessa cercando di ricomporsi dopo il bagno di folla. Ma che cosa è successo per spingere in mezzo alla gente un inguaribile misantropo come lui?

“Royal Albert Hall”, il nuovo doppio live (più dvd) targato Eels, in fondo non è altro che il modo per rispondere a questa domanda. Perché per Mr. E portare in scena l’ultimo “The Cautionary Tales Of Mark Oliver Everett” non è stata una sfida qualunque: troppo vulnerabili, quelle canzoni, per cantarle a cuor leggero di fronte a un pubblico. Eppure, gli Eels non hanno mai esitato a mettere a nudo anche i lutti più personali: il fatto è che, stavolta, E ha voluto puntare il dito solo contro sé stesso, prendendosi tutta la responsabilità degli errori di una vita. Insomma, non esattamente il genere di confessione più indicato da ripetere ogni sera su un palco…
Così, E ha deciso di ricorrere ancora una volta a un’arma infallibile: l’autoironia. Quella che gli permette di giocare anche con alcune delle pagine più meste del suo canzoniere, presentandole alla platea londinese della Royal Albert Hall sotto le spoglie di un improbabile “bummer fest”, il suo personalissimo festival di perdenti.

Il punto di partenza, però, ha sempre l’aspetto di una promessa. In questo caso, quella nascosta nello sguardo al cielo stellato della disneyana “When You Wish Upon A Star”, che E sussurra con la delicatezza di un proemio. Accanto a lui, i fidatissimi The Chet, Knuckles, P-Boo e Al (anzi, Royal Al per l’occasione) accompagnano con impeccabile eleganza quello che E stesso definisce un “gentlemen’s Eels concert”, fatto apposta per esaltare il lato più cameristico del gruppo. Tra pedal steel, tromba, contrabbasso e glockenspiel, il quintetto non fa mistero dell’ambizione di dare vita a una sorta di orchestra senza orchestra, un gruppo capace di offrire ai brani vesti più elaborate anche senza necessità di ricorrere ad apporti esterni.

Rispetto alle innumerevoli incarnazioni assunte dagli Eels dal vivo, viene da pensare a un connubio tra la Eels Orchestra del 2000 e gli Eels With Strings del 2006.
Dal calore del pianoforte di “The Morning” all’amarezza di “A Line In The Dirt”, passando per il fremere irrequieto di “Parallels”, la prima parte della scaletta si incentra intorno al decennio successivo al giro di boa di “Blinking Lights And Other Revelations”, come un unico racconto lungo la traiettoria della disillusione. Una scelta capace di far riscoprire alcuni dei momenti più ispirati degli Eels recenti, ma che finisce per avere come effetto collaterale quello di rendere sin troppo omogenea la declinazione in chiave soft-rock delle canzoni di Mr. E e soci. Il trasformismo sfoggiato in passato lascia insomma il posto a una maggiore fedeltà agli originali, in cui a prevalere sono soprattutto le sfumature (come nelle versioni rallentate di “My Timing Is Off” e “I Like The Way This Is Going”).

Il trittico “Where I’m At” / “Where I’m From” / “Where I’m Going” segna gli snodi ideali del percorso, mentre E annuncia finalmente di essere pronto a lasciarsi alle spalle il fardello della malinconia (“The bummer nightmare is over!”) e invita a guardare avanti sulla vivacità jazzata di “A Daisy Through Concrete”: “Wake up the dying/ Don't wake up the dead/ Change what you’re saying/ Don’t change what you said”.
È così che, dopo un’energica “Mistakes Of My Youth” (pronta a fondersi nel finale con la coda di “Wonderful, Glorious”), Mr. E decide di lasciarsi andare agli abbracci: è il gesto del sopravvissuto che tocca finalmente terra, di chi non può fare a meno di stringersi ai compagni che hanno condiviso con lui la sventura e il riscatto. Con la consapevolezza che, come spiega lui stesso, “l’unico modo per raggiungere davvero un qualche luogo che abbia un significato positivo è attraversare tutto il negativo e la tristezza”.

Sono ovviamente i vecchi brani a prendere il sopravvento nel secondo (e più brillante) dei due cd, da una “I Like Birds” in chiave agreste all’immancabile “My Beloved Monster”, stavolta rivisitata come gemma old-fashioned. L’epilogo, però, è riservato alle cover, con la classicissima “Can’t Help Falling In Love” e una “Turn On Your Radio” firmata Harry Nilsson che mette più che mai in evidenza gli intarsi della chitarra di The Chet.
Il sipario si chiude, ma solo in apparenza: gli Eels hanno ancora in serbo un’ultima coppia di bis a sorpresa. Con un mantello alla Dracula e una risata sinistra, E conquista il maestoso organo della Royal Albert Hall (lo stesso che gli era stato negato ai tempi degli Eels With Strings), facendo risuonare attraverso le sue quasi diecimila canne i motivi di “Flyswatter” e “The Sound Of Fear” con tutta la solennità di un inno.
Un inno dedicato a tutti quelli che hanno imparato a proprie spese che cosa significa non rassegnarsi mai alla sconfitta: “Anything is possible. Even a loser like me gets to play the Royal Albert Hall”.

(22/05/2015)

  • Tracklist

CD1

  1. Where I'm At
  2. When You Wish Upon A Star
  3. The Morning
  4. Parallels
  5. Addressing The Royal Audience
  6. Mansions Of Los Feliz
  7. My Timing Is Off
  8. A Line In The Dirt
  9. Where I'm From
  10. It's A Motherfucker
  11. Lockdown Hurricane
  12. A Daisy Through Concrete
  13. Introducing The Band
  14. Grace Kelly Blues
  15. Fresh Feeling

 

CD2

 

  1. I Like Birds
  2. My Beloved Monster
  3. Gentlemen's Choice
  4. Mistakes Of My Youth/Wonderful, Glorious
  5. Where I'm Going
  6. I Like The Way This Is Going
  7. Blinking Lights (For Me)
  8. Last Stop: This Town
  9. The Beginning
  10. Can't Help Falling In Love
  11. Turn On Your Radio
  12. Flyswatter
  13. The Sound Of Fear


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