Elysia Crampton

American Drift

2015 (Blueberry) | grime, progressive electronics

La storia di Elysia Crampton è una migrazione continua di natura, geografie e significati. Nata in Bolivia, cresciuta in Messico e nel Virginia, il suo è un percorso di identità costantemente rinegoziate che l'ha portata da un'infanzia di lezioni private di piano e sparatorie fuori dalla finestra a sperimentare digitalmente su uno scheletrico demo di Justin Bieber. Nel frattempo, anche una riformulazione della propria identità di genere e una più recente riscoperta della spiritualità e del divino.
Difficile aspettarsi un lavoro in qualche modo "ordinario" da un personaggio del genere, e non parliamo soltanto di freakerie estemporanee ai danni (?) di infauste popstar: come già lasciato presagire dal suo operato come E+E ("The Light That You Gave Me To See You", 2013, ma è ormai una vita fa), Crampton pesca da narrative differenti, quando non del tutto contraddittorie, e ci fa un po' quel che cazzo le pare, da ballate pseudo-pianistiche screziate da inaspettati inserti grime-hop, frammenti internauti e geometrie dance deturpate.

A due anni di distanza, però, "American Drift" ripropone una musica, un'artista (e una persona) decisamente differenti. Crampton ha una visione più accesa e profonda e allestisce un album breve - una mezz'oretta scarsa - ma ficcante, mantenendo l'orgia di input sonori, maneggiandoli però in maniera diversa, lasciandosi guidare da un'idea più vivida e ispirata.
Accoglie così come una specie di celebrazione all'alba dell'apocalisse la traccia che dà il titolo all'opera, "American Drift", ornata da synth drammatici e cori rarefatti. E' una messa di streghe, demoni e drifter assortiti, calata in una coltre di poesia macabra, che però rivela lentamente una qualche luce emanata da un centro disperso. Con "Petrichrist" l'illuminazione si fa però più fosca, muovendosi a un inusitato passo dark-step riempito da parentesi ambientali, fanfare digitali e agghiaccianti reminiscenze di cumbia, andando a parare in uno scuro ma sereno stato post-mortem - dove non sembra troppo fuori luogo fermarsi ad accendere un cero ai Coil.

Ma il vero nerbo dell'opera sono le ultime due lunghe tracce, che compongono però 2/3 della durata totale. "Wing", un requiem alla fine dei club e dei mondi in cui sfilano un battito simil-trip-hop, melodie organiche, urla e brandelli vocali affogati accreditati al fantoccio "Money Allah", e soprattutto tanti, tanti synth che arrivano da ogni dove al fine di avvolgere il tutto in una trance estatica ed esoterica. "Axacan" replica brillantemente l'impresa con un taglio più tragico e melanconico, a tratti finanche minimalista, in un nuovo turbinio sintetico e ipnotico alla volta dell'assoluto.

Quello che Elysia Crampton ha tirato fuori è insomma un'esperienza difficile da contestualizzare o da semplificare in altro modo. La sua è sicuramente una posizione non isolata in uno scenario spiritual-politicizzato al femminile felicemente rinfoltitosi di recente (Holly Herndon, Fatima Al Qadiri, Asma Maroof, Aisha Devi), ma le vibrazioni che "American Drift" emana sono un centrifugato di una sorta peculiarissima e incatalogabile che punta in un futuro imprecisato, redento e bellissimo, tempo e spazio per il resto squisitamente trascesi in uno dei momenti elettronici più atipici (ed emozionanti) cui vi capiterà di partecipare di questi tempi.

(21/12/2015)

  • Tracklist
  1. American Drift (feat. Money Allah)
  2. Petrichrist
  3. Wing (feat. Money Allah)
  4. Axacam
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