Esmerine

Lost Voices

2015 (Constellation) | post-rock, chamber-music

Tempo fa il percussionista Bruce Cawdon era ritornato al suo vecchio mestiere di agopunturista, l’anno: il 2004, ovvero quando Rebecca Foon col suo violoncello si era immersa nel progetto Thee Silver Mt. Zion, accantonando momentaneamente quello a nome Esmerine, una formazione post-rock, dove i due canadesi si dilettavano con digressioni chamber-music.
Cosa abbia spinto, ben sei anni dopo, il duo a ricomporre il suo sodalizio artistico non è dato saperlo, ma, visti frutti finora raccolti, non possiamo che esserne felici.

I due musicisti hanno esteso la loro formazione, coinvolgendo anime diverse e occasionali (Patrick Watson in “La Lechuza”), allargando gli orizzonti etno-culturali (musica folk turca) nell’acclamato “Dalmark”, e infine registrando con cadenza biennale tre album per la Constellation.
Il 2015 vede gli Esmerine, ormai un quintetto, alle prese con un album, “Lost Voices”, dove rientrano prepotenti le sonorità post-rock e chamber degli esordii, senza che vengano messe da parte le contaminazioni world ed etniche più recenti.
La presenza di Sophie Trudeau induce confronti più serrati con i Godspeed You! Black Emperor, e in effetti gli Esmerine sembrano essere la panacea di quel dopo-caos che la band di Efrim Menuck mette abilmente in scena. Ma non sfuggirà a molti l’assonanza col minimalismo di un altro ensemble collaterale, che coinvolse in passato Cawdon e Foon, ovvero i Set Fire To Flames.

Marimba, violoncello, vibrafono, harmonium, piano e chitarra si alternano in una fluida progressione di residui post-rock e sognanti tessuti melodici, in una metempsicosi incessante che regge la perfetta dinamica quasi sinfonico-futurista, che caratterizza la musica degli Esmerine.
Non è del tutto errato considerare il quinto capitolo del gruppo l’album della svolta rock, dove il termine assume quella forza magmatica, che in passato ne garantiva la sopravvivenza ai continui flussi culturali.

Il contrasto ancor più netto con i momenti più descrittivi e rarefatti fanno di “Lost Voices” il miglior risultato ottenuto finora da Cawdon e Foon: la smisurata delicatezza di “Pas Trop Pas Tropes” e il crescendo di fuoco di “19/14” hanno sì un unico modus operandi, ma anche risvolti creativi poco affini: alla rarefazione della prima corrisponde, nella seconda, una rinforzata mistura di basso e batteria, che mai avevamo udito in un loro album. Questo dualismo continuo amplia il fascino dell’opera, grazie a un’inventiva armonica che stupisce per dettaglio e poesia, come nella breve “A Trick Of The Light”, e regala nuove escursioni etno-rock, sfiorando i Balcani in "Funambule (Deux Pas De Serein)".

Anche se “The Neighbourhoods Rise” e “A River Runs Through This City” aprono la scena con richiami forti e netti ai Godspeed You! Black Emperor, coinvolgendo quelle influenze della musica turca che avevano caratterizzato “Dalmarak”, “Lost Voices“ offre alfine il meglio di sé nelle languide e flebili pagine ricche di atmosfere sospese e quasi neoclassiche, dove le marimba (“My Mamma Pinned A Rose On Me”) o il piano (“Lullaby For Nola”) afferrano le note e le trasformano in materia per i nostri sogni.

(08/11/2015)



  • Tracklist
  1. The Neighbourhoods Rise 
  2. A River Runs Through This City 
  3. Pas Trop Pas Tropes 
  4. 19/14 
  5. A Trick Of The Light 
  6. My Mamma Pinned A Rose On Me 
  7. Funambule (Deux Pas De Serein) 
  8. Our Love We Sing 
  9. Lullaby For Nola


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