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Get To Heaven

2015 (Sony) | prog-pop, electro-rock

Li avevamo lasciati due anni fa con “Arc”, intenti a mostrare un parziale distacco dai tumulti stilistici che avevano contraddistinto il marchio di fabbrica nello straordinario esordio “Man Alive” del 2010. Li ritroviamo nuovamente smaniosi, rinvigoriti sotto ogni aspetto e oltre ogni più rosea aspettativa, a partire dalla presenza in cabina di regia di un super-produttore come Stuart Price (parso davvero in palla), e dalla scelta di un titolo già di per sé estremamente indicativa e suggestiva: “Get To Heaven”.

Dunque, gli inglesi Everything Everything sono tornati. La band di Jonathan Higgs ha dimostrato in questi cinque anni di essere una delle poche formazioni in circolazione capace di riscrivere a dovere le coordinate di certo pop progressivo moderno, senza mai cadere nel richiamo dell’autoreferenzialità e dello sbrodolamento egocentrico. Un unicum nel panorama internazionale talmente singolare che ha destato più volte fratture a riguardo e pareri tra i più contrastanti. Insomma, un gruppo che divide e che continua puntualmente a spaccare in due la platea ad ogni nuova uscita.
Lo spaesamento è dovuto innanzitutto a una formula sonora schizzata e mutante. Se con “Arc” ci si concedeva spesso e volentieri a stop&go vagamente più mielosi, tesi a sublimare una maggiore ariosità melodica e una quiete apparente, in questa terza prova la follia e l’imprevedibilità dominano nuovamente la scena. Il tutto è organizzato ed eseguito con la consueta maestria tecnica, mentre i testi strizzano più di una volta l'occhio alle cronache politiche. E che siano esterne o magari interne al Regno Unito poco importa. Ogni cosa è affrontata con veemenza e al contempo con dissacrante distacco.

Il falsetto di Higgs è per certi versi ancora più estremo, ma pur sempre avvincente. Gli acuti spingono all'impazzata in più di un'occasione. E l’introduttiva “To The Blade” espone fin da subito tale pungente attitudine. Una padronanza vocale che non conosce freni e che sa mostrarsi incredibilmente versatile, come accade nel rapping iniziatico di “Distant Past”, prima che le tastiere caldissime, unite al ritmo ora frenetico, ora pacato, diano vita a una briosa danza estiva. Le chitarrine in coda e l’ugola affilata aggiungono inoltre quel pizzico di malizia al tessuto sonoro curato al solito in ogni singola cucitura.
L’incedere è a più riprese sbilenco e a tratti balearico, come rivelato nella title track. Parimenti, la marcetta che caratterizza il singolo “Regret” e l’irresistibile ritornello di “Spring/ Sun/ Winter/ Dread” puntano a conficcarsi dappertutto, alla stregua di una qualsivoglia trovata stagionale, con la sola differenza di mutare allegramente e spesso senza preavviso.

“Get To Heaven” è un album spiazzante. E la conferma della sua incredibile versatilità è ben esposta anche nella seconda metà del piatto, vedi l’incredibile svolazzo elettronico di “Fortune 500”, da tappeto a una fiera coralità, così come il rap futurista di “Blast Doors” alternato ancora una volta a una impressionante curvatura vocale, e il pathos sospeso attraverso un efficacissimo giro di synth di "No Reptiles”, con tanto di battito ascendente in bella mostra. La chiusura di "Warm Healer" aggiunge "solo" ulteriore pepe alla ricetta. Un brano folle, caratterizzato da un basso ubriaco e inafferrabile, a suggellare un sogno che sembra non esaurirsi mai.
Gli Everything Everything ci regalano in definitiva un album a suo modo terribilmente mutante, ma soprattutto un gioiellino "pop", che svela le sue tantissime carte a ogni nuovo ascolto.

(16/07/2015)

  • Tracklist

1. To the Blade
2. Distant Past
3. Get to Heaven
4. Regret
5. Spring/ Sun/ Winter/ Dread
6. The Wheel (Is Turning Now)
7. Fortune 500
8. Blast Doors
9. Zero Pharoah
10. No Reptiles
11. Warm Healer





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