Ezra Furman

Perpetual Motion People

2015 (Bella Union) | art-pop, garage-pop

There's nothing happening
and it's happening too fast
Try to interpret
but the message is scrambled
Smarrimento. A voler privilegiare un'istantanea, dallo scrigno di parole preziose che Ezra Furman ci ha consegnato con "Perpetual Motion People", è forse questa l'impressione più scintillante che incrocia i nostri sensi. Così a lungo e a sproposito si è speculato sugli aspetti accessori della sua arte - ambiguità, rossetti e vestiti da vecchia zia indossati sul palco - che alla fine pure il fanciullo provocatore che alberga dentro di lui deve essersi arreso allo sconcerto. Possibile che siano gli altri a chiuderti in uno stampo, quando nemmeno tu sapresti dire a che razza di songwriter appartieni? Un po' il Jonathan Richman della sua generazione, per il garbuglio di rock'n'roll classicista, power-pop e garage, un po' Ariel Pink per la chiassosa esuberanza, e Bradford Cox per la tenerezza che chiama in un amen: il giochino è accattivante e non gli resistiamo, ma sappiate che nel suo caso vale meno di zero. Di certo resta il subisso di riferimenti (a partire dai titoli) alla sfuggevolezza dell'anguilla, al movimento senza posa da una mattonella esistenziale all'altra, che il cantante di Chicago (migrato nella più assolata Oakland) si è cucito addosso negli anni con la necessaria attendibilità.

Liquidate come inservibili tutte le categorie di genere, il Nostro si è adoperato per mettere in musica se stesso e la sua confusione a tutto campo nel modo più onesto possibile, arrivando a inanellare una serie strepitosa di nuovi inni alla libertà e alla tolleranza, per la prima volta sotto l'egida della londinese Bella Union. Più che in passato, più che nel capolavoro ancora invisibile di "Day Of The Dog", si gioca di commistioni e prevale un mood sbarazzino. Che non è altro che un oculato stratagemma, in realtà. Il luccichio pop rappresenta lo sforzo di Ezra per mostrarsi sorridente nonostante tutto, seppure i testi (favolosi) raccontino una diversa verità. Sotto l'abito di scena, dietro i barbagli dei lustrini, resta infatti il solito fondo di irriducibile amarezza. Pungente a metà della corsa, quando segnali metatestuali sono lanciati sibillini per chi li voglia cogliere. È la viscerale confessione di "Ordinary Life", che marca la distanza da ogni forma di placido conformismo, da sempre vissuto con insofferenza, ma vale anche come sprone per non cedere allo sconforto e alla depressione. Il taglio è autobiografico ma non crudo e gli antidoti non mancano, orgoglio in primis.

In precedenza, a proposito di rimedi virtuosi, Ezra e i suoi quattro Boy-Friends non si erano risparmiati affatto, per stordire di stupefazione il fruitore. L'avvio richiama tanto i Modern Lovers quanto i Violent Femmes, ma con la postilla di un'indole ludica travolgente e un farfisa rubato ai Fleshtones più smargiassi. Il tono ruvido dell'interpretazione del ragazzo resta però l'autentico valore aggiunto, in un numero che trascende il punk-rock primi eighties del modello attraverso una felice isteria pop zuccherina. La band di Gordon Gano torna alla mente anche nel filler "Hark! To The Music", specie per la linea ritmica sostanziale appaltata ai ribaldi Sam Durkes e Jorgen Jorgensen. Anche in questo caso come in "Tip Of A Match", sgangherato indie-rock con la bava alla bocca, prevale l'elogio apertis verbis dell'irrequietezza, un certo troiaio vitalistico e iperglicemico che rende però vano in partenza ogni apparentamento. Nel singolo "Lousy Connection", in particolare, si sposano il modernariato, il doo-wop, il dandysmo ancora ingenuo del primo Bowie, nel solco dell'amabile, frivolo kitsch di un Kevin Barnes, solo con le idee molto più chiare sul dove andare musicalmente a parare. Il sassofono del fidato produttore Tim Sandursky, più che inserto squinternato e pacchiano, si impone proprio da qui come trait d'union per un album altrimenti poco propenso a privilegiare la coerenza d'insieme.

Non suona meno godibile "Haunted Head", con i suoi coretti retrò, le sue atmosfere viziose e il fascinoso trasporto di un Ezra davvero epico nel suo inseguimento impossibile al glam più teatrale. Feroce nell'invettiva contro quegli old patricians che insistono a voler stabilire cosa (e chi, soprattutto) sia giusto o sbagliato, l'irresistibile motivetto di "Body Was Made" rincara la dose con enfasi bolaniana e promette di imporsi alla stregua del manifesto identitario. Sono gli ennesimi pastiche orchestrati nel segno di una compiutezza non confutabile e rivelano ancora una volta un frontman con le stimmate eroiche del rinnovatore fuori tempo massimo. Che non si limita a un revival pedissequo, ma riesce a conferire un respiro nuovo a formule apparentemente inconciliabili, accomunate dalla vulgata che le vorrebbe da tempo morte e sepolte. Lo stesso discorso vale per il velenoso omaggio a Chicago - in realtà una riflessione sull'anima nera e sulle contraddizioni della metropoli - di "Pot Holes", condotto con piglio indiavolato e dal retrogusto ragtime, giusto per alzare la posta delle eccentricità.

I Kinks di "Muswell Hillbillies" si fanno largo nella parentesi rock alquanto verace (e caricaturale) di "Wobbly", riuscita anch'essa perché non circoscritta allo status di estemporaneo divertissement ma riconducibile, semmai, a una logica onnivora impossibile da arginare. È grazie ad essa che Furman piega alla propria sensibilità cliché e ipotesi stilistiche in linea di principio molto distanti tra loro, tradendo un talento eclettico e una predisposizione naturale al meticciamento degna dei migliori Ween. Nello specifico di questa canzone, va rimarcato anche l'invito a chi ascolta, critico severo o spensierato che sia, a non costringerlo negli angusti margini di un'etichetta valida per sempre, lui che rivendica il diritto a presentarsi guizzante e inafferrabile. E che in "Can I Sleep In Your Brain?" sembra chiederci asilo, addosso le spoglie del novello Ziggy Stardust, pronto a un'odissea negli spazi sconfinati della mente in un finale convulso di spropositi blues e turgori funk.

Chi tema la baracconata senza quartiere si dia pace. Con "Hour Of Deepest Need" Ezra ritrova infatti la misura di un taglio introspettivo, in un'esplorazione dylaniana a suo modo sincera (alla maniera di quelle di un Simon Joyner o di un Donovan Quinn), che va sopra le righe solo per eccesso di entusiasmo ma lega comunque a meraviglia con gli episodi ben più sbalestrati. Così anche il folk alticcio trova una sua ragion d'essere nelle corde di questo artista versatile e del tutto refrattario alla prevedibilità. Qualcosa di simile capita con lo stesso commovente candore in "Watch You Go By", ma dalle parti dell'adorato Lou Reed. L'accorata preghiera che Ezra rivolge a se stesso in coda, sfrondata la corte degli strumenti alla sua sola chitarra, vale poi come un esorcismo: "One Day I Will Sin No More" è il buon proposito dell'utopista e fa il paio con la destituzione del bad guy di "Lousy Connection". Il sogno è di potersi affrancare da tutti gli artifici, dai trucchi della forma, dalle mascherate guascone e in fondo irrilevanti, dagli eccessi e i colpi di testa, per arrivare a essere, finalmente, solo se stessi. Al netto di ogni plausibile disorientamento.
Azzeccata la strada, forse il traguardo non è nemmeno così distante.

(Da non perdere la versione bonus disc, con emblematica cover di "Androgynous" dei Replacements e ulteriori riletture da Beck, Arcade Fire, Lcd Soundsystem e Melanie Safka)

(14/12/2015)

  • Tracklist
  1. Restless Year
  2. Lousy Connection
  3. Hark! To the Music
  4. Haunted Head
  5. Hour Of Deepest Need
  6. Wobbly
  7. Ordinary Life
  8. Tip Of A Match
  9. Body Was Made
  10. Watch You Go By
  11. Pot Holes
  12. Can I Sleep In Your Brain?
  13. One Day I Will Sin No More
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