Morton Feldman, Erik Satie, John Cage

Rothko Chapel

2015 (ECM) | classica contemporanea

Per la seconda volta, a distanza di poco tempo, torniamo a parlare della Rothko Chapel di Houston, in Texas. Dopo il triplo album dell'ensemble free impro Mural (“Tempo”, Sofa, 2015) è la volta della prestigiosa Ecm di Monaco: un'etichetta che, forse ancor più dei nomi storici di cui si fregia, ha dalla sua un'ammirevole capacità di compilare in modo efficace album tematici d'un certo fascino. È il caso di una tra le ultime uscite afferenti alla “New Series”, che trae spunto da uno dei più intensi capolavori di Morton Feldman collegandosi poi – per associazione mentale e “poetica” – ad alcune miniature di Erik Satie e John Cage.

Cosa accomunò questi tre rivoluzionari compositori? Dovendo farla breve, diremmo la strenua volontà di liberarsi dalle convenzioni relative ai mezzi, agli spazi e ai tempi della musica: Satie sognava, ben prima di Brian Eno, che i suoi morceaux per pianoforte restassero nel secondo piano acustico, come fossero tappezzeria; Cage stabilì che tutto è musica, dunque a noi resta il compito di ascoltare e far “suonare” il mondo; Feldman seguì l'esempio del “semaforo verde” di Cage per sovvertire la dimensione temporale dei suoi brani, eludendo qualsiasi convenzione in termini di numero, durata e intensità delle note sul pentagramma.

In tal senso la Rothko Chapel rimane il perfetto parallelo architettonico e spirituale della nudità e assolutezza del suono feldmaniano, scevro da qualsivoglia connotazione simbolica, politica o religiosa. D'altro canto l'omonima opera, scritta in occasione dell'inaugurazione nel 1971, rimane tra le più singolari nella produzione del compositore newyorkese: nel lungo movimento unico – per soprano, contralto, doppio coro, viola, celesta e percussioni – permangono la sensazione di tempo sospeso e la quiete monocroma che così ben riflette quella dei grandi quadri di Rothko presenti nella Chapel, la cui sala ottagonale ha anche ispirato la scelta dell'organico; ma dall'arcana, impenetrabile sacralità dei pianissimo di coro e percussioni, dalla viola emerge alfine un semplice motivo d'ascendenza ebraica, eredità culturale che accomuna Feldman e Rothko.

Dal carattere statico e “oggettivo” di quello stile, insomma, filtra con infinita delicatezza l'anima più nascosta di Feldman: da quella viola, appena sfiorata dall'archetto, il cui flebile suono lo fece innamorare ispirandolo per tutta la vita (“The Viola In My Life”); è il “canto” della violista Kim Kashkashian, interprete prediletta di casa Ecm, cullata dalle voci dello Houston Chamber Choir, che nella seconda parte del disco presenta alcuni rari momenti corali di John Cage, perpetuando quel senso di primordiale purezza ancora lungi dal tempo della civiltà.
Sono studi elementari sull'armonia vocale e sui princìpi della polifonia, catalogabili nell'ultimo periodo dell'avventura cageiana – quello dei number pieces, titolati soltanto col numero di esecutori e un eventuale apice progressivo (“Four²”, “Five”). Posti i fondamenti per la più grande rivoluzione nella storia della musica moderna, il genio americano risale alle origini della musica occidentale, riavvolgendo le note in uno spazio circoscritto e inviolabile, nel quale le voci risuonano limpidamente e senza soluzione di continuità, rispondendosi l'un l'altra nell'alternanza di toni complementari.

Sarah Rothenberg, invece, ridà linfa vitale ai quadretti pianistici di Satie, le cui vellutate simmetrie sono l'antitesi di un carattere tanto umile quanto fervidamente dissacrante. L'esecuzione appena un poco rallentata mette in risalto le sublimi cadenze che si inseguono tra i tasti nelle celebri Gnossiennes e Ogives (benché assai meno abusate delle tre Gymnopédies).
Ma l'ultima parola, nel finale poeticamente più appropriato, spetta nuovamente a un profetico capolavoro di Cage: “In a Landscape” (1949) è il placido paesaggio del futuro musicale, finalmente libero dalle catene della maniera, del nazionalismo e delle “scuole” per abbracciare una sensibilità universale e incorruttibile, che proprio per questo non sembra appartenere a una storia di oltre mezzo secolo fa. Una storia conservata nel silenzio, destinata a un'immortalità che non dipende dalle temperie dell'umano sentire.

(09/11/2015)

  • Tracklist
  1. Morton Feldman - Rothko Chapel
  2. Erik Satie - Gnossienne No. 4
  3. John Cage - Four²
  4. Erik Satie - Ogive No. 1
  5. John Cage - ear for EAR
  6. Erik Satie - Ogive No. 2
  7. Erik Satie - Gnossienne No. 1
  8. John Cage - Five
  9. Erik Satie - Gnossienne No. 3
  10. John Cage - In a Landscape
Morton Feldman, Erik Satie, John Cage on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.