FKA twigs

M3LL155X

2015 (Young Turks) | avant-pop, nu-r&b

Melissa: femminino impulsivo e soverchiante, energia creativa da cui trarre supporto e consiglio, potenza interiore dalle fattezze quasi divine, demone dapprima innominato che ha poi assunto sembianti definiti, tratti più identificabili. Come che la si voglia descrivere, è a questa entità che Tahliah “Twigs” Barnett ha deciso di dedicare il suo nuovo lavoro, Ep di venti minuti che spezza la schematica nomenclatura della sua precedente discografia a favore di un titolo finalmente personale, riflesso di un'individualità tra le più affascinanti e singolari a essere emerse negli ultimi anni. Certo, è con un certo distacco che l'artista britannica guarda al suo io più fecondo, che tiene a precisare non essere in alcun modo un suo alter ego, e da qui sorge l'esigenza di mascherarlo sotto le apparenze alfanumeriche di “M3LL155X”. L'importanza però di una tale premura nella scelta del soggetto sa comunque superare simili ritrosie e testimoniare una consapevolezza acquisita che di fatto pone quest'ultimo set di brano come un nuovo traguardo raggiunto, che sconfessa chi temeva una normalizzazione della proposta tanto quanto chi ipotizzava vischiosi avvicinamenti all'universo mainstream. Di inciampare in trappole ben evitabili la Nostra non ci pensa nemmeno lontanamente.

Un inno al proprio fervore creativo, si diceva: con tutto che è sin dai primordi che Miss Barnett mostra di avere le idee chiarissime e di possedere una visione artistica quantomeno peculiare e riconoscibile (con buona pace di chi la vorrebbe soggetta ai ghiribizzi del co-produttore di turno), mai come adesso la premura è di palesarlo, di sbandierarlo con la dovuta fierezza, senza la mediazione di nessuno, adesso più superflua che mai. Per l'occasione il dispiego di mezzi non si è di certo contenuto: ad accompagnare l'Ep, un corposo supporto visivo in cui Twigs libera tutta la sua sensibilità registica affidandola a un concept in cui illustrare con la dovuta intensità non soltanto nascita e crescita di Melissa, ma anche quante riflessioni e idee hanno attraversato i suoi pensieri nell'arco di questi dodici mesi, se possibile ancor più fondanti rispetto a quelli che hanno preceduto la genesi di “LP1”.
L'ascesa alla notorietà, l'esposizione al grande pubblico, il femminismo e la femminilità, dominio e desiderio: non suona come un'esagerazione che attraverso questa congerie di tematiche la Barnett abbia trovato la sua voce più reale e vivida, attraverso una vena lirica che affronta simili soggetti senza sterili banalizzazioni, anzi con una violenza critica che non lascia spazio all'immaginazione. La sua è una voce oscura, perentoria, disturbante tanto quanto le effigi visive da cui si fa accompagnare, ma non per questo ha paura di aggredire con i suoi mezzi i linguaggi pop, di volerne far parte pur in tutta la propria carica eversiva. Così, nonostante la spinta sulla sperimentazione timbrica e sonora non accenni a diminuire, la cinquina di brani qui proposta fa leva su accenti melodici tra i più sostanziosi e immediati del repertorio dell'autrice, che ormai sa dominare con efficacia i più disparati mezzi comunicativi.

“Glass & Patron”, primo estratto diffuso qualche mese fa, si fa fedele portavoce di quanto detto: con l'r&b a farsi sempre più mero pretesto ritmico, lasciando lo spazio a manipolazioni produttive che avvicinano l'operato di Twigs al noise e al glitch-pop, il brano riesce comunque a centrare un assetto melodico, per quanto composito e destrutturato all'inverosimile, impeccabilmente, splendidamente pop, tanto audace nell'evoluzione (mai riferimenti al vogeuing sono parsi così sinistri) quanto congegnato al millisecondo, in un gioco di incastri di straordinaria memorabilità. Altrove, le direttrici riescono a essere addirittura più spericolate e intricate: “In Time”, inerpicata su fugaci riferimenti caraibici, porta la tenebrosa umoralità del lavoro alle estreme conseguenze, marchiandosi a fuoco nel segno di una scrittura ombrosa, perfettamente corrisposta dalle fragorose esplosioni dei sintetizzatori e dal cupo ribollire dei bassi.
Bassi ruggenti, magmatici, con cui prende avvio anche l'intero extended-play: in essi non vi è l'algida geometria dell'ancora vitale movimento UK-bass, quanto piuttosto una cosciente, inquietante, affiliazione a derive di stampo industrial, che la Barnett sa de-contestualizzare e sfruttare con assoluta maestria. “Figure 8”, forse il momento in cui pare più evidente il contributo di Boots (già al servizio di Beyoncé nel suo ultimo album) acuisce un simile processo di straniamento percettivo, rinforzando la vena avanguardistica del suo operato in un crogiolo incandescente nel quale si addensano in perfetta consequenzialità richiami grime, rap dall'oltretomba e chiaroscuri sintetici, che insieme finiscono per rendere le già avventurose articolazioni di “LP1” quasi ordinaria amministrazione.

Se il lavoro speso sulle tessiture sonore e compositive vibra quindi di un simile fervore espressivo, non è da meno l'elaborazione e il trattamento a cui sono sottoposte le linee vocali, assieme a quelle di “Blackheart” di Dawn Richard lo stato dell'arte nel settore. La Barnett non è di certo restia a rivelare l'ampiezza di registri a cui può ricorrere, qui impiegata senza alcuna ritrosia (dal rabbioso scagliarsi di “In Time” alla dolce-amara rassegnazione di “I'm Your Doll”, con testo tra i più spietati in circolazione), eppure il suo ricorrere a così ampie modifiche accentua una carica emotiva che altri semplicemente avrebbero appiattito con scelte fuori fuoco. In questo senso la spiritata nenia conclusiva a nome “Mothercreep”, con pattern ritmico in rincorsa a suggerire azzardate affiliazioni con la già classica “Numbers”, alzando il pitch sull'alienante pre-refrain non fa che accentuare l'ansiogeno nervosismo delineato da testo e struttura, prima che Twigs scavi ancora più a fondo nelle angosce della propria psiche, tortuosa e spesso imprendibile, ma capace di grondare sentimento in quantità.
Quanto a lei, Miss Barnett, non vi è bisogno di ulteriori presentazioni: con un ventaglio creativo di rara polivalenza, con una discografia ancora succinta ma a suo modo già definitiva, la Nostra si rivela, senza alcuna necessità di scandali prefabbricati o inutili chiacchiericci, tra le più entusiasmanti, imperative, necessarie menti artistiche di questi caotici anni 10. Mancava giusto qualche brano in più per poter parlare di “M3LL155X” come del vero pinnacolo di FKA twigs, ma anche senza una maggiore estensione la testimonianza è di quelle che contano. Testarda sulla sua strada, ha messo sin da ora in chiaro che Melissa è qui per restare.

(07/09/2015)

  • Tracklist
  1. Figure 8
  2. I'm Your Doll
  3. In Time
  4. Glass & Patron
  5. Mothercreep


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