Fogh Depot

Fogh Depot

2015 (Denovali) | dark-jazz, noir

Ri(e)voluzione (non)-copernicana del dark mood a firma Denovali, capitolo terzo. In principio furono la maestosità, la contaminazione, la riconversione del passato più eterogeneo alle forme del presente. Un diamante nero che abbatté le barriere spazio-temporali e unì le prospettive e i linguaggi. Che rinnovò il concetto stesso di dark, il cui magnetismo fece avvicinare molti: chi via drone, chi via noise, chi ancora via folk/doom. E ora, dopo la riconversione di un potenziale alfiere della synth music contemporanea e la sorpresa di chi tutto ciò l'ha saputo adattare ad un inedito post-classicismo, ecco una nuova avventura che guarda il tutto da un'altra prospettiva.

Se i Dale Cooper Quartet hanno elaborato una sorta di sinfonia multistilistica per ora insuperata, che condensa in un unicum color nero pece una vasta gamma di espressioni dark possibili, questo duo di Mosca (sulla cui idendità si cela un discreto mistero) sceglie di concentrarsi sulla strada che porta al jazz. A quello cameristico dei Dictaphone, venato di ritmo e incastonato in forme ben precise. A quello più free, grazie a scorribande la cui destinazione è però ben nota, e che spesso effettivamente risultano forse le componenti meno nobili del tutto. E, dulcis in fundo, alle ambientazioni lussureggianti e crepuscolari di casa Ecm.

Rispetto a Second Moon Of Winter – in cui il legame con la dinamica evolutiva descritta sopra era più attitudinale che squisitamente stilistico – i Fogh Depot innalzano davvero nella maniera più diretta e concisa il dark-jazz a genere autonomo e autosufficiente. Definendone l'estetica specifica, in primis: nella cavalcata “Sagittarius”, possibile manifesto autentico di questa nuova scuola, nella scomposizione post-bop di “Dark Side Of The M0nk”, e nell'esplicita e singhiozzante chiusura di “Burning Beard”. Quest'ultima funge anche da sorta di sintesi dei mondi racchiusi nel soundscape dei due: molti più di quelli che la compattezza complessiva dell'album potrebbe suggerire.

Vi sono dunque alcuni episodi, chiamati a delineare precisamente le corrispondenze tra la miscela firmata Fogh Depot ed elementi esterni o interni ad essa. Il primo è il caso di “Mining”, gioiello morbido e ipnotico a cavallo tra trip-hop e ambient-techno, ma anche del cocktail dub-freak di “Tattoo”. Il secondo è ben rappresentato dalla splendida “Nevalyashka”, che va a congiungere architetture ritmiche in tempo dispari con certo modern classical da crepuscolo (The Eye Of Time, giusto per restare in casa Denovali). Vi è anche un estremo, segnato dall'ustionante escursione noise di “Orphan Drug”, forse l'unico neo in un disco per il resto a dir poco impeccabile.

È l'ennesimo centro pieno nel contesto della nu-wave dark firmata Denovali. Nonché, per i Fogh Depot, il miglior modo per presentarsi a una scena musicale la cui vertiginosa espansione sembra non accennare a spegnersi.

(02/03/2015)

  • Tracklist
  1. Anticyclone
  2. Mining (BTC)
  3. Nevalyashka
  4. Sagittarius
  5. Orphan Drug
  6. Tattoo
  7. Dark Side Of The M0nk
  8. Burning Beard


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