Forrest Fang

Letters To The Farthest Star

2015 (Projekt) | ethno-ambient, world music

Pioniere e monumento dell'ethno-ambient, sacerdote dell'unione tra musica atmosferica e folk orientale, talentuoso pittore di scenari esotici incontaminati dai luoghi comuni new age. Per descrivere Forrest Fang potremmo continuare a trovare definizioni improbabili, astrazioni sintetiche che ben difficilmente potrebbero riuscire ad abbracciare la sua vasta e seminale opera. Quel che è sicuro, è che Fang è uno di quelli con cui non ci si annoia mai. Se dovessero chiedere a chi scrive di fare un nome qualsiasi per controbattere la banalizzante equazione tra ambient music (quella tradizionale) e sonno/noia, ci sono ottime possibilità che la scelta ricadrebbe su di lui.

“Letters To The Farthest Star”, il nuovo album che conferma la cadenza triennale delle sue uscite discografiche (sei anni fa il meraviglioso “Phantoms”, tre anni dopo il teorico “Animism”), segna un'importante evoluzione in un soundscape raramente limitato all'autocontemplazione. Se nei lavori più recenti della sua avventura Fang aveva dedicato le sue tele a immersioni interiori o ad autentiche ricerche etnomiusicologiche, qui si torna all'intimità e al lirismo, al predominio dell'immagine e delle percezioni immediate, al contatto tra luogo e impressione. Una raccolta di lettere, appunti visivi provenienti da vari luoghi (Cina, Giappone e Turchia le mete principali) riordinati in forma di un diario ipotetico, al fine di creare uno scenario narrativo inedito.

La suite “The Unreachable Lands”, che occupa in quattro movimenti il primo terzo del disco, è un paradigma dell'attuale approdo dell'arte di Fang. La rassicurante apertura di “Sunsall” non è che preludio alla sorprendente “Song Of The Camel”: ritmo da processione desertica, zither a dominare il paesaggio su tema orientaleggiante/arabesco, melodia à-la-Tim Story e vicinanza mai così marcata alla pura world music. “Water Village” prosegue sulla medesima strada, con il violino a fare da prima voce, mentre la conclusiva “Hermitage” rallenta la passeggiata per fermarsi a contemplare l'oasi al tramonto ritratta in copertina. Una sorta di disco nel disco, di piccola colonna sonora volta a riassumere l'intero paesaggio e ad anticipare le tematiche chiave del lavoro.

Ai rimanenti brani sparsi va il compito di approfondire le cartoline dei luoghi irraggiungibili offerte dalla suite iniziale. “Burnt Offering” torna a calcare su terreni aridi, fra tribali ancestrali e ricami à-la-Loren Nerell, “Veldt Hypnosis” si immerge in una foresta notturna e la delinea in ogni dettaglio emotivo, “Seven Coronas” contempla le stelle dal deserto fra folate di vento caldo e comete.
La contaminazione etnica è tale da rendere faticoso persino parlare di ambient music, sebbene l'aurora dronica di “Fossils”, il magistrale notturno sussurrato di “Lorenz” e l'estasi cristallina della conclusiva “Lines To Infinity” riescano a ricordare che in cabina di registrazione c'è anche Sua Maestà Robert Rich.

Si tratta, dopo la straordinaria parentesi immersiva di “Phantoms”, della vetta creativa dell'ultimo Forrest Fang, l'approdo di venticinque anni di ricerca sonora, la possibile chiusura del cerchio aperto con l'indimenticabile “The Wolf At The Ruins” - ristampato giusto due anni or sono dall'ormai inseparabile Projekt. Una colonna sonora, forse quanto di più cinematografico (ma non documentaristico) abbia mai prodotto, dove la sua musica giunge finalmente a farsi tutt'uno con le immagini e persino con i luoghi (immaginari, ma realistici) da esse evocati. Definitivo.

(25/03/2015)

  • Tracklist
  1. The Unreachable Lands I: Sunsall
  2. The Unreachable Lands II: Song Of The Camel
  3. The Unreachable Lands III: Water Village
  4. The Unreachable Lands IV: Hermitage
  5. Burnt Offerings
  6. Veldt Hypnosis
  7. Fossils
  8. Seven Coronas
  9. Lorenz
  10. Linest To Infinity
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