Gang Of Four

What Happens Next

2015 (Membran) | alt-rock

Salutato anche lo storico frontman Jon King, e già persi per strada in precedenza Dave Allen e Hugo Burnham, del nucleo originario dei Gang of Four – quello che trentasei anni fa creò “Entertainment!”, tanto per capirci - non resta oggi che l'inossidabile chitarrista Andy Gill. Della mitica combriccola inglese, insomma, rimane ben poco al di là del nome: sia nella line-up, come detto, sbriciolatasi man mano dopo una reunion che nel 2004 aveva visto tutti i pezzi tornare al loro posto, sia a livello sonoro: se nel 2011 “Content” era una credibile prosecuzione del percorso post-punk del quartetto di Leeds, con “What Happens Next” Gill decide di intraprendere una strada quasi del tutto nuova.

Già, perché è proprio il “superstite” Gill a occuparsi dell'intera scrittura dei pezzi, attorniato da una line-up nuova di zecca, che contempla il bassista Thomas McNeice, il batterista Jonny Finnegan e il cantante John Sterry.
Parlare di nuovo inizio, a circa quarant'anni di distanza dalla nascita del progetto, può sembrare fuori luogo.  Eppure è esattamente così. E lo si capisce ancora meglio via via che ci si addentra tra le pieghe delle undici canzoni in scaletta, quasi del tutto spogliate degli ardori post-punk che ancora echeggiavano in “Content” in favore di un alt-rock ostentatamente muscoloso e a sprazzi iniettato di inflessioni wave (“Isle Of Dogs” e “Staubkorn” sono anche le migliori del mazzo).

La sensazione di artificiosità è accentuata dalla qualificata lista di ospiti chiamati a dare un qualcosa in più alle canzoni: Alison Mosshart ci mette la voce in una “Broken Talk” che vorrebbe diventare un inno da dancefloor rock e invece sembra una versione caricaturale (e anfetaminizzata) dei Suede, nonché nell'insipido (seppur meno pretenzioso) midtempo “England's In My Bones”.
Più calzante il contributo del compositore tedesco Herbert Grönemeyer, che prima declama a piena voce “The Diyng Rays” e poi declina in lingua madre la già citata “Staubkorn”. Chiudono la pletora di collaborazioni il chitarrista giapponese Tomoyasu Hotei, che timbra l'assolo di una “Dead Souls” immersa in atmosfere industrial, e Robbie Furze dei The Big Pink che ci mette a sua volta la voce in “Graven Image”, il brano più vicino alla concezione di pop in casa Gill. 

Dietro la cortina di fumo, tuttavia, c'è ben poca sostanza: i brani si susseguono senza colpo ferire, anzi dando la sensazione di un'opera nella quale è l'elaborata produzione a cercare di supplire alla pochezza della materia. E alla fine in testa non resta nulla: un riff, una melodia, un guizzo, persino un'anima. Discorso a parte meritano infine i testi, questi sì in piena linea con la tradizione “politica” del sodalizio inglese, che vanno a comporre un dialogo aperto sul significato (e sul valore) dell'identità nel mondo globalizzato in cui viviamo. 

(27/02/2015)

  • Tracklist
  1. Where The Nithingale Sings
  2. Broken Talk
  3. Isle of Dogs
  4. England's In My Bones
  5. The Dying Rays
  6. Obey The Ghost
  7. First World Citizen
  8. Stranded
  9. Graven Image
  10. Dead Souls
  11. Staubkorn
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