H. Hawkline

In The Pink Of Condition

2015 (Heavenly Recordings) | folk, psych, rock'n'roll

Chi ha avuto la fortuna d’incrociare sul proprio percorso l’esordio di H. Hawkline “A Cup Of Salt”, troverà alquanto interessante il passaggio del musicista gallese a un’etichetta dalla distribuzione capillare come la Heavenly. Prima di mettere in piedi il suo carroccio sonoro sotto il curioso moniker, Huw Evans aveva già offerto il suo genio stilistico a gruppi come Islet e Sweet Baboo, per poi prendere il volo con uno strano ibrido chitarristico tra John Fahey e James Blackshaw. Il suo secondo album “The Strange Uses Of Ox Gall”, nonostante l’esigua tiratura in vinile (150 copie come per l’esordio), ha incuriosito non poco la stampa inglese, per quella mistura di psichedelia alla Kevin Ayers e insano gusto retrò alla Jonathan Richman che per un attimo fa pensare anche ai funambolici Jazz Butcher.

La musica di H. Hawkline è stata finora inafferrabile e multiforme, la lunga serie di Ep self-released ha ulteriormente confuso il pubblico. Tra le tentazioni pop non del tutto riuscite della collaborazione con Gruff Rhys in “Black Domino Box” e l’energica riscossa garage-rock di “Ghouls”, si è definito un profilo più complesso e completo di quanto facessero supporre le comunque geniali intuizioni dell’esordio.
“In The Pink Of Condition” riflette la maturità e la consapevolezza raggiunta dall’artista gallese, che affida a Cate Le Bon la produzione dell’album, dopo la fortunata tournée che ha consolidato questa imprevista amicizia-relazione artistica. Ascoltando la sua produzione si ha la costante percezione che Huw abbia scritto il tutto in funzione di una vera e propria band, ed è quasi naturale pensare ai suoi conterranei Super Furry Animals o ai Gorky’s Zygotic Mynci. Ma anche a quel pop inglese che dai Beatles ai Kinks ha lasciato una traccia indelebile che Xtc, Monochrome Set e Belle And Sebastian hanno preservato dal mainstream.

Leggermente surrealista e sempre amabilmente sbilenco, il pop di H. Hawkline scivola tra le maglie del rock’n’roll con la stessa vibrante estasi chitarristica degli Smiths in “Isobelle”, gioca (vincendo) sul terrreno di Ariel Pink e Connan Mockasin nella suadente “Everybody’s On”, passa con disinvoltura dal beat-punk di “Ringfinger” al romanticismo estatico di “In Love” che tra organo e piano honky-tonky centra uno dei momenti più intensi dell’album.
L’intreccio tra basso e chitarra regge quasi la totalità delle creazioni del musicista gallese, a volte il ritmo frammentario si agita con tracce di psych-rock-prog come nell’iniziale “Sticky Slithers”, cita con candore Lou Reed e gli Xtc nel superbo up-tempo funky-pop di “Moons In My Mirror”, ma non tralascia le radici rock’n’roll più corrosive e sbriciola in mille pezzi la melodia ottusa di “Moddion” e subito dopo rimette tutto in fila per la giocosa follia pop tutta gallese di “Spooky Dog”.

Apparentemente eccentrico e straniante, “In The Pink Of Condition” è un album ricco di sfumature surreali e ironiche ma mai fini a se stesse o prive di una logica. Le raffinate elaborazioni liriche e strumentali della conclusiva “Back In Town” sono figlie dei Beatles di “Sgt Pepper's" o del “White Album” e non è difficile intravedere dietro le trame sottilmente psych-blues di “Rainy Summer” le intuizioni miliori del primo Robyn Hitchcock. Mentre il languore soft e malinzioso della sensuale “Concrete Colour” (si ascolti la superba linea di basso) e l’introspezione quasi liturgica di “Dirty Dreams” sono due facce della stessa medaglia. H Hawkline conosce a fondo i segreti per trasformare la prevedibilità del pop in qualcosa di originale, una peculiarità che in un mondo popolato da cloni privi di personalità suona quasi come una rivoluzione copernicana.

(20/02/2015)



  • Tracklist
  1. Sticky Slithers
  2. Isobelle
  3. Everybody’s On
  4. Moons In My Mirror
  5. Rainy Summer
  6. Concrete Colour
  7. Ringfinger
  8. In Love
  9. Dirty Dreams
  10. Moddion
  11. Spooky Dog
  12. Back In Town
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