Hoff

The Believer

2015 (Handwriting / Invisible City) | ambient-drone

Per “Hibernate”, tre anni fa, ci eravamo prodotti in una (meritatissima e confermata) sequela di elogi. Diretti a Handwriting, etichetta che nel frattempo è rimasta purtroppo “congelata”, e che dalla graffite si muove solo oggi. Ma soprattutto a Paolo Thomas Thomas Strudthoff, il cantautore che si reinventò uomo dei droni, e che all'epoca si presentò come il più accreditato a forgiarsi del titolo di “Tim Hecker italiano”.

Se allora l'impressione lasciò spazio a pochi dubbi, questi ultimi sono definitivamente fugati alla luce di “The Believer”, nuovo lavoro con copertina decisamente più minimale (e molto meno suggestiva) e lunghezza raddoppiata. Hoff stavolta fa sul serio, perde quella timidezza che nel lavoro precedente si era tradotta in delicatezza, voce bassa, intimità. Ne guadagna in confidenza: nei propri mezzi e nella propria miscela sonora, consacrandola definitivamente.

La qualità media resta, comunque, elevatissima. Che “Ravedeath, 1972” sia ancora - insieme all'ultimo Lawrence English - il tema portante dell'opera di Hoff lo testimoniano l'epico opening di “Black Days”, il finale a tinte accese di “Textural Air”, il crescendo armonico di “Sudden Recall” e il minimalismo schiacciasassi di “Hymn”, strati sovrapposti la cui forza d'impeto si traduce in architetture solenni. Il tutto tenendosi ben alla larga dalla corrosione per eccesso di un Ben Frost.

Altrove, però, Hoff esplicita la scelta precisa di non fossilizzarsi su un unico sound. La passeggiata lunare in stile Marsen Jules di “Melter” sembra gonfiarsi progressivamente verso una nuova tensione, ma rimane a contemplare una nebulosa cosmica da più prospettive. “Impermanence” tocca terra fra scrosci d'acqua e droni limpidi, “Frederike” ne ricalca il sentiero intrufolandosi in una grotta degna dell'Alio Die più terreno.

Infine “Origin” e “Piano Dripping” rappresentano gli estremi di contatto rispettivamente con un'oscurità avvinghiante e con l'organicismo modern classical tanto in voga in questi ultimi anni di musica atmosferica. È una conferma importante, forse più “lavorata” e meno spontanea, volutamente più frammentaria e variegata. Un disco che potrebbe fungere da vero apriporta per un musicista talentuoso e che può ora, davvero, pensare in grande.

(11/02/2015)

  • Tracklist
  1. Black Days
  2. Melter
  3. Origin
  4. Sudden Recall
  5. Hymn
  6. Impermeance
  7. Piano Dripping
  8. Frederike
  9. Textural Air
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