Homunculus Res

Come si diventa ciņ che si era

2015 (AltrOck Productions) | progressive rock, canterbury

Giusto pochi giorni fa, con un corposo speciale tiravamo le fila della lunga avventura del Canterbury Sound: un'esperienza ricca, varia, ramificata, senz'altro tra le più fantasiose e atipiche della storia del rock. Una vicenda musicale dalle origini strettamente british che, un po' in sordina, ha saputo trascendere luoghi ed epoche, uscendo dagli studentati dell'Inghilterra anni Settanta per far proseliti un po' ovunque e - cosa forse più sorprendente ancora - raccogliere nuove leve anche a distanza di decenni.
Ecco dunque che l'uscita più interessante da diverso tempo a questa parte in quell'area sfumata al confine tra progressive rock, jazz, rock in opposition e stralunata canzone pop non è il prodotto della rinata ispirazione di qualche reduce dei Seventies britannici, bensì l'opera seconda di una compagine di giovani musicisti siciliani, accasati presso l'ormai decennale label AltrOck Productions (Yugen, Calomito, MiRthkon, Rational Diet). "Come si diventa ciò che si era" - titolo dai goliardici rimandi nietzschiani - è infatti un disco di rara leggerezza e classe, animato da indolente gusto ironico e grande perizia strumentale, e impreziosito da una lista di ospiti d'onore ragguardevole, che testimonia il rilievo della proposta.

Tempi dispari, e-piano, tessiture fiatistiche, organo elettrico dal sapore d'altri tempi: gli ingredienti della ricetta sono ben in vista fin dai primissimi secondi dell'iniziale "Operazione simpatia". Altrettanto chiari sono i rimandi alla principale esperienza di stampo canterburiano avutasi in terra italica: quei Picchio dal Pozzo il cui dominus Aldo De Scalzi presta voce e strumenti nel bozzetto wyattiano "Dogface (Reprise)". Come per la band genovese, quello degli Homunculus Res è un sound multiforme, sornione, decisamente tecnico (e per certi versi più prossimo agli ardimenti avant-prog degli Henry Cow che ai classici del canone canterburiano) eppure squisitamente leggero, mai serioso, quasi frivolo nella sua scanzonata giocosità.

La vena ilare che attraversa i pezzi conduce a equilibrismi inediti e riusciti: avviene così che in "Doppiofondo del barile" i disorientanti synth di Paolo "Ske" Botta - altrove autore di partiture quantomai ostiche e taglienti - siano lo sfondo perfetto per una parte vocale lieve e farsesca, che tra il serio e il faceto analizza la struttura musicale del componimento stesso (e chissà che il titolo non sia proprio un riferimento all'intrinseca duplicità del brano). Nella brevissima "Egg Soup" Steven Kretzmer dei Rascal Reporters porta lo stile a un passo dagli americani Muffins, e con la successiva "Belacqua" è proprio David Newhouse - sassofonista e clarinettista della formazione di Washington - a guidare le danze di una strumentale tanto zizgagante quanto godibilmente pigra nell'incedere.

Il piatto forte è tuttavia la decima traccia. Coi suoi quasi diciotto minuti di durata - unico caso in un disco che sorprendentemente riesce a contenere tutti gli altri pezzi attorno al paio di minuti scarso - "Ospedale civico" è senz'altro il brano più ambizioso e poliedrico; quello in cui tanto i musicisti titolari quanto gli ospiti riversano il maggior quantitativo di idee ed energie. Tra echi di Stormy Six e Dave Brubeck (e forse anche qualche rimando lirico al Buzzati sardonico di "Sette piani"), il pezzo naviga attraverso burrasche jazzistiche ed esami medici, momenti di assoluta bonaccia e svolazzi di flauto e sax, inviti a confidare nella professionalità del personale, ghirigori e incastri tastieristici, dinoccolati divertissement canzonettistici. Tentare di ricostruire un filo narrativo dietro a infermieri, medicinali e fraseggi strumentali appare in ogni caso poco utile: l'intero album vorrebbe essere un concept sulla casa di cura che dà il titolo al brano, ma l'impressione è che i musicisti abbiano sfruttato l'ambientazione più come spunto creativo attorno a cui gironzolare liberamente che per portare avanti in modo lineare un racconto o veicolare un messaggio. Nulla di male in questo: la presenza, anzi, di un tema fluido e non vincolante dà al disco unità senza privarlo dell'aura di placida sregolatezza che lo rende tanto piacevole.

La musica degli Homunculus Res - ma in fin dei conti anche quella di altre analoghe formazioni italiche: Mariposa, Allegri Leprotti, Breznev Fun Club - può senz'altro essere accusata di passatismo, mancanza di proiezione verso il futuro, incapacità di stare al passo coi tempi. L'opinione è comprensbile, in parte anche condivisibile. Ma l'innegabile lontananza dai - peraltro sfaldatissimi - canoni musicali contemporanei non deve eclissare la lezione che progetti come Homunculus Res hanno da rammentare: la musica non ha tempo, e se concordiamo su questa premessa è necessario che ne traiamo le debite conseguenze. Così come i grandi dischi del passato ci risultano tali anche se stilisticamente distanti da ciò che oggi è più in voga, così dovremmo diventare abili anche a riconoscere la legittimità e la validità di musica che si presenti tipologicamente e qualitativamente analoga ai grandi che tanto siamo bravi a celebrare. Ci si perderà forse qualcosina dal lato della personale coolness, ma con consistente guadagno in termini di coerenza e piacere di ascolto.

(01/12/2015)

  • Tracklist
  1. Operazione simpatia
  2. Doppiofondo del barile
  3. Vesica Piscis
  4. Dogface (reprise)
  5. Opodeldoc
  6. La felicità
  7. Ottaedro
  8. Egg soup
  9. Belacqua
  10. Ospedale civico
  11. Dogface
  12. S invertita
  13. Paum
  14. Schermaglie
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