Inner8

Inner8

2015 (Undogmatisch) | dub-techno, post-industrial, post-techno

Su un'etichetta come Stroboscopic Artefacts si potrebbero spendere fiumi di parole senza forse mai centrare veramente il punto. Ribadire che si tratti di una delle più originali protagoniste del panorama post-techno (perché di tale si tratta) contemporaneo è al tempo stesso superfluo, scontato e sufficiente in questa sede, laddove però molto dello spirito che ha animato l'etichetta si ritrova condensato nell'opera prima da solista di uno dei suoi due fondatori. Inner8 è infatti il primo passo extra-Dadub di Daniele Antezza, da sempre la metà più riflessiva e concettuale del duo.
La maniera migliore, e forse l'unica possibile, per dare il via a una disamina su un lavoro denso, ermetico e poliprospettico come il suo primo disco è dare un'occhiata al nome del progetto stesso (e del disco), laddove l'8 sta a simbolizzare per ammissione dello stesso autore l'idea di infinito. Inner, a sua volta, focalizza e denuncia l'oggetto della ricerca, l'interiorità appunto. L'infinito interiore – per usare una barbara parafrasi – è sostanzialmente il punto d'approdo, la conclusione dopo un viaggio in cui mente e corpo, riflessione e percezione, pensiero e ascolto procedono di pari passo.

Antezza posta nel retro-copertina della versione in cd una recensione/analisi che tende a guidare verso dei punti-cardine l'aspetto riflessivo, che per una volta merita quasi più attenzione di quello sonoro per scelta stessa del suo autore – e non per l'usuale “deformazione letteraria” delle arti ad opera di chi con le lettere descrive e giudica. Alcuni di questi sono gli stessi che chiunque ritroverebbe all'interno del disco: l'attrazione nei confronti del contrasto e del paradosso, la “scoperta” della molteplicità dei piani d'indagine, tematiche ricorrenti come la lotta interiore, la tentazione, la violenza e l'ossessione per il potere.
Queste parole rendono effettivamente al meglio quello che è il contenuto musicale dell'album: una miscela post-techno in cui il ritmo, veloce e monolitico, dell'evasione lascia spazio a quello più lento e ipnotico dell'introspezione. La monocromia della techno in senso stretto lascia spazio a una vasta scala di grigi, sporcati come già in copertina: droni inquieti e macchinali, meditazioni post-industriali, stralci di field recording da luoghi sacri e profani convivono in un soundscape che riassume musicalmente quanto sopra espresso in parole.

L'ipnosi regressiva à-la-Demdike Stare di “Daimon Anthem”, l'isteria repressa di “Praxls” a due passi da Perc, i bombardamenti di flussi cerebrali prima e adrenalina poi delle due “The Irony Of Karma” raccontano già dai titoli storie di demoni e sfruttamento, nonché il ritorno d'attualità della dialettica rassegnazione-spirito dionisiaco. Quest'ultimo pendolo oscillante trova il modo di fermarsi a tratti su un versante (la gabbia schiacciasassi di “The Paradox Of Authority”), a tratti su quello opposto (l'ubriacatura controllata di “Exploitation”).
In alcuni tratti, la narrazione si interrompe per lasciar spazio direttamente agli scenari e alla loro testimonianza sonora: è il caso del proclama orwelliano di “Violence” o della nullificazione spirituale nel non-ambiente di “Disambient”, ma anche di quella “Exertion” che sembra progettare un dancefloor riservato ai soli uomini-macchina. In una sorta di macabra convivenza tra speranza e coscienza, qualche spiraglio di luce tende a penetrare solo dalle odissee drone poste in apertura e in chiusura, in corrispondenza delle gemelle “Eudaemonia” e “Moto Asintotico”,

Queste ultime chiudono il cerchio portando a compimento la riflessione sulle varie prospettive di osservazione di quest'infinito interiore, dominato dalla costante oscillazione del pendolo di cui sopra (che potremmo identificare con la consapevolezza). Qualcosa con cui – sembrano suggerirci l'inizio e la fine del viaggio – frequentemente si evita il contatto, proseguendo a vivere in un limbo di illusioni in grado di “spegnere”, come lo era soma nel “Mondo Nuovo” di Huxley, la consapevolezza stessa, rinunciando al proprio essere in favore di una (finta ma vera) felicità.
Antezza fa da testimone della sua epoca attraverso un preciso, studiato e millimetrico calco sonoro. Il tutto sfruttando (e riducendo, per l'ennesima volta nella sua storia, in briciole) un gergo nato e sviluppatosi ricalcando i profili (e con esso le aspettative, i timori, le sofferenze, le gioie, le curiosità, insomma l'“infinito interiore”) dei suoi fruitori: la techno. E che oggi fotografa un universo sociale alle prese con un ritorno d'attualità della decadenza (post-industriale), della frustrazione (dark), dell'alienazione (trip), della paura da combattere (esoterismo) e alla ricerca di una via di fuga consapevolmente illusoria: la techno, appunto.

(09/09/2015)

  • Tracklist
  1. Eudaemonia
  2. Daimon Anthem
  3. The Irony Of Karma (Part 1)
  4. Violence
  5. Explotation
  6. The Paradox Of Authority
  7. Disambient
  8. Praxis
  9. The Irony Of Karma (Part 2)
  10. Exertion
  11. Ataraxia (Inner8 + T.C.O.)
  12. Moto Asintotico
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