Jean Michel Jarre

Electronica 1: The Time Machine

2015 (Sony Music) | elettronica

Che la prerogativa di Jean Michel Jarre sia quella di non voler passare inosservato non lo scopriamo certo oggi, così come sappiamo che l'understatement è un concetto del tutto assente nel suo immaginario artistico. Queste cose le toccò con mano, prima fra tutti, Francis Dreyfus allorché si fece convincere - lui, discografico jazz - a pubblicare un disco strumentale di musica elettronica da questo giovanotto elegante e di buona famiglia, un ambizioso figlio d'arte che, tuttavia, non aveva alcuna intenzione di percorrere le orme del padre Maurice, celebre compositore di colonne sonore hollywoodiane. All'inizio riuscì a farsi stampare cinquantamila esemplari del suo "Oxygène", disco registrato in una cameretta (come si direbbe oggi) che in capo a qualche mese aggiungerà diversi zeri alle copie prodotte, fino a totalizzarne dodici milioni e a diventare il disco francese più venduto di sempre.

Da quel momento in poi è stato tutto un tourbillion di diavolerie musicali - l'arpa laser esibita dinnanzi a migliaia di cinesi attoniti nel 1981, e synth sempre all'ultimo grido - e mediatiche, come i due milioni e mezzo di spettatori radunati a Parigi nel 1990 e gli oltre tre milioni di Mosca nel 1997, per concerti dei quali resta insuperata la grandeur scenica e tecnologica.
Jarre è anche colui che nel 1983 decide di stampare un suo album in una sola copia e di metterla poi all'asta, e che l'anno seguente incide "Zoolook" ricampionando le voci registrate in loco fra aborigeni, eschimesi e pigmei, giusto per farci capire che per lui non esiste una possibilità, un'idea, o un'intuizione che non valga la pena di essere attuata.
Ed è proprio seguendo questa logica che, nell'era dei progetti concepiti a mezzo e-mail fra musicisti che nemmeno si conoscono, lui prende la valigia e si mette a girare il mondo per quattro lunghi anni, facendo visita a una serie di amici di vecchia data ed epigoni artistici più recenti, proponendo loro dei demo "ad hoc" da sviluppare insieme, gomito a gomito, nota per nota, seguendo un protocollo ormai sconosciuto nelle interazioni fra le nobiltà musicali dei giorni nostri.

Quello che ne esce è un disco importante (da quanto tempo non si poteva più associare questo aggettivo a un suo lavoro?), inaspettatamente coeso stante l'eterogeneità dei suoi ospiti, e con più di un passaggio sorprendente. Da troppi anni, diremmo decenni, ci eravamo abituati ad ascoltare un Jarre di maniera, che provava sterilmente a variare il suo menu (ora maestoso, ora etnico, ora ambientale, ora simil-techno) senza mai andare oltre la buona parentesi, o il guizzo isolato all'interno di lavori che non arrivavano quasi mai a giustificarne le intenzioni. Forse annoiato, probabilmente privo di veri stimoli, l'elegante compositore doveva accontentarsi di una fama sempre fulgida fra i colleghi, ma irrimediabilmente appannata fra le nuove leve di ascoltatori di musica elettronica. Per non parlare di quella fra i critici, che con lui si esercitano al tiro al piccione da sempre, spesso poco disposti persino a riconoscerne gli importanti meriti oggettivi che lo annoverano fra i padri assoluti della composizione elettronica per le masse.

Tendiamo a escludere che questo "Electronica 1: The Time Machine" possa in qualche modo smuovere delle convinzioni ormai consolidate, però dobbiamo constatare di ritrovarci dinnanzi a una produzione inusuale per i nostri giorni, nella quale sono tangibili degli sforzi creativi finalmente messi al servizio di un lavoro a fuoco, in cui il talento degli ospiti è stato il fondamentale propellente.
Così chi si sarebbe mai immaginato di trovare il nome di Jarre a fianco degli M83 in un brano cantato (e sottolineiamo cantato) come "Glory", prontissimo a bissare il successo della loro "Midnight City" (sempre che qualche creativo della pubblicità arrivi ad accorgersene, ovviamente), oppure in versione badalamentiana e crepuscolare insieme agli Air, che vengono inopinatamente riportati ai tempi di "Premiers Symptômes" in "Close You Eyes", e ancora in una declinazione frivola ma terribilmente catchy in "If..." potenzialmente pronta per le classifiche britanniche grazie al bel visino e all'ugola di Little Boots? Davvero da non credere, a prescindere da come la si pensi.

Se da un lato troviamo un Jean Michel Jarre che veste con disinvoltura i panni dell'ameba che trasla, inglobandole, le pulsioni dell'alter ego di turno, dall'altro eccolo nel ruolo di mantide che cannibalizza Moby, trascinandolo sui suoi territori pur facendogli rispolverare il vocalizzo bowiano che fu di "We Are All Made Of Stars" ("Suns Have Gone"), il virtuoso pianista cinese Lang Lang avvitato sulle familiari frequenze di "The Train & The River", e Armin van Buuren a cui non sarà sembrato vero di applicare le sue spacconate in chiave epic-trance a un classico inno strumentale dell'idolo della sua giovinezza, in "Stardust".
Un discorso a parte meritano quelle che chiameremmo per semplificare le composizioni fra pari, tra le quali svetta per bellezza e perfetta sintesi quella con i Tangerine Dream di "Zero Gravity" (ultimo lascito artistico dell'immenso Edgar Froese prima della sua triste dipartita), ma fra le quali non sfigurano neppure il sensuale e algido duetto con Laurie Anderson di "Rely On Me" (lei che fu già ospite in "Zoolook" e "Metamorphoses") e la spiazzante cavalcata techno con Pete Townshend (!), con cui totalizza quasi centoquaranta anni di età: chiudendo gli occhi ma aprendo le orecchie, chi lo direbbe mai?

Non sorprende scovare fra i guest i Fuck Buttons ("Immortals"), che ebbero a tributare in modo trasversale Jean Michel ai tempi della loro suite "Surf Solar", acida al punto giusto ma comunque debitrice di "Magnetic Fields", e nemmeno sinistri personaggi della scena underground come Boys Noize e Gesaffelstein, comunque protagonisti con "Time Machine" e "Conquistador", per quanto inaspettatamente ammansiti dinnanzi alle ben più morbide sonorità del maestro francese.
A completare il lotto ritroviamo Vince Clarke, novello nerd dei sintetizzatori analogici che in "Automatic" va a contrappuntarsi qua e là con le sue tastierine vivaci, l'inquietante John Carpenter di "A Question of Blood", che ovviamente si posiziona su territori filmici, e un tutto sommato prescindibile 3D dei Massive Attack, che innesta il pilota automatico in "Watching You".

Ce n'è abbastanza, ne converrete, per suscitare una sana curiosità, a nostro avviso assai ben riposta, e tutto questo proprio quando la carriera di Jarre sembrava essere giunta più o meno al capolinea. Ma se davvero non dovesse bastarvi, sappiate che è già pronto il sequel datato 2016, con Gary Numan, David Lynch, Hans Zimmer e chissà chi altri: se queste sono le premesse, non ci resta che attendere, e questa volta con piena fiducia.

(23/10/2015)



  • Tracklist
  1. The Time Machine (with Boys Noize)
  2. Glory (with M83)
  3. Close Your Eyes (with Air)
  4. Automatic. Pt. 1 (with Vince Clarke)
  5. Automatic. Pt. 2 (with Vince Clarke)
  6. If..! (with Little Boots)
  7. Immortals (with Fuck Buttons)
  8. Suns Have Gone (with Moby)
  9. Conquistador (with Gesaffelstein)
  10. Travelator (Part 2) (with Pete Townshend)
  11. Zero Gravity (with Tangerine Dream)
  12. Rely on Me (with Laurie Anderson)
  13. Stardust (with Armin van Buuren)
  14. Watching You (with 3D of Massive Attack)
  15. A Question of Blood (with John Carpenter)
  16. The Train & The River (with Lang Lang)    
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